EPISTOLARIO - pag. 100

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 24 gennaio 1915
Mio carissimo padre,
Gesù e Maria siano sempre con voi e con tutti quelli che l'amano con purità di cuore: vi santifichino e vi facciano sempre più crescere in carità.
Vi accludo assieme alla presente la lettera del vicario di Benevento e con un po' di ritardo, a causa della mia malattia che da tre giorni mi tiene a letto.
Ecco, padre mio, un'altra umiliazione per me. La prova a cui Gesù mi va assoggettando è superiore a tutte le mie forze: Iddio e la carissima Madre mia di Pompei, a cui le novene si sono succedute alle novene, ormai sono oltre tre anni, sanno che cosa ho fatto per essere esaudito da una sì dura prova. Essi solo comprendono e sono testimoni del dolore che mi stringe e che mi opprime il cuore. Ahimè! padre mio, per me non vi sarà più conforto fino a che il divin maestro non mi chiamerà a sè.
Pregate per la mia presta dipartita, non ne posso proprio più. Mi sento di continuo affluire il sangue al cervello e temo fortemente una catastrofe, cioè, dar di volta al cervello.
Mi liberi il Signore con un miracolo da una sì orribile sciagura per me. Io non posso più vivere in questo stato e solo un miracolo può mantenermi in vita, come purtroppo è un miracolo che io viva ancora.
Padre, perdonate l'arroganza di questo figlio reietto se osa ancora alzare lo sguardo per chiedervi aiuto e conforto al suo dolore. Ben conosce egli di niente più meritare, ma egli solo fa appello a quell'amore che a Gesù ci unisce, amore che non conosce termine, che non è soggetto a legge.
Sì, padre mio, dico il vero, tale è il trangosciamento che provo, che non credo sia per riservarmene uno maggiore nell'ora suprema di morte. Sembrami come se tutte le ossa mi si scerpassero. Sentomi, senza punto vederlo con gli occhi del corpo, ma ben vedendolo io con quelli dello spirito, immergermi da costui a volta a volta un coltello, con una punta bene affilata e quasi gettando fuoco, attraverso il cuore che lo approfonda fino nelle viscere, indi a viva forza lo ritrae per poi di lì a poco ripetere l'operazione.
Il tutto lascia, al moltiplicarsi di questi colpi, sempre maggiormente divampare l'anima di grandissimo amore di Dio.
Il dolore intanto che producemi tal ferita, che da lui mi viene aperta, e la soavità che in pari tempo mi si fa sentire, sono così vivi che adombrarli mi torna impossibile.
Ma, padre mio, detto dolore, come detta soavità sono del tutto spirituali, sebbene sia pur vero che non lascino anche il corpo di parteciparvi, anche in alto grado.
Se in voi il Dio di bontà ne ha permesso la prova, capirete affondo quanto sia vero quello che io fin qui ho detto.
Parlatemi, per carità, al riguardo: Gesù ve ne darà la dovuta ricompensa. Finisco: la posizione mi aggrava sempre più.
Ossequio il mio padre Agostino; mentre io baciandovi rispettosamente le mani, mi dico sempre
il vostro povero figliuolo fra Pio, cappuccino
Usatemi la carità di mandarmi al più presto l'applicazione. Conosco di non meritarlo, è vero, ma faccio assegnamento sulla vostra fiorita carità. Gesù ve ne rimunererà
(Epist. I, 521)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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