EPISTOLARIO - pag. 122

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 19 luglio 1915
Mio carissimo padre,
la grazia del celeste Padre informi sempre più il vostro spirito, rendendolo sempre più degno per la patria celeste. Così sia.
Quare posuisti me contrarium tibi, et factus sum mihimetipsi gravis?. Questo è il grido che emette l'anima mia dal fondo della sua miseria in cui è posta dal suo Dio. La mia anima è posta dal Signore a marcire nel dolore. Il mio stato è amaro, è terribile, è estremamente spaventoso. Tutto è oscurità intorno a me e dentro di me: oscurità nell'intelletto, afflizione nella volontà, angustiato sono nella memoria; il pensiero della sola fede mi regge in piedi: nell'intimo sono tocco di dolore, ed in pari tempo afflitto ed ansioso di amore divino.
L'è una grazia questo stato per me, oppure segnerà desso un eterno abbandono, un ritiro per sempre di Dio da me, a causa dei continui disgusti che a lui cagionai con la mia vita? Questo mio spirito trova egli in Dio un padre amoroso che sempre l'accolga o piuttosto un giudice severo che lo condanni? Io non sono in grado di poterlo sapere. Oh terribile oscurità! Oh tremenda incertezza! Io non ne posso quasi più: la mano di Dio si è aggravata sopra di me; il morire sarebbe un sollievo per me.
In questo stato quello che in modo speciale più mi strugge è il vedere che non sono degno di Dio e non lo sarò mai più, perchè veggo con ogni chiarezza, con ogni evidenza la mia bruttura; conosco pure nel più chiaro modo, che sono affatto indegno di Dio, e di qualsiasi creatura. Innanzi all'anima si vanno scherando uno per uno tutti i mali di cui ella si rese rea davanti a Dio, e questo fa si che tocchi con mano che non potrà mai avere altro.
Adesso sì che l'anima va intendendo quello che disse il real profeta: Per le iniquità correggesti l'uomo, e facesti disciogliersi l'anima come il regno che si sventra. Propter iniquitatem corripuisti homenem; et tabescere fecisti sicut araneam animam eius. Ma quest'uomo fortunato di cui parla qui il profeta è accetto al Signore e ciò che egli esperimenta è un tocco di misericordia per concedergli nuovi favori e non già un tocco di castigo; ma Dio volesse che fosse così anche per me!
Sotto l'influsso di questa oppressione e peso l'anima mia è sì lontana dal pensiero di essere da Dio favorita, che le sembra, che quel minimo residuo di appoggio che ancora le rimaneva, disparve con tutto il resto e che non v'è più un'anima che valga a compatirla.
Compassionevolissimo stato che mi riempie di estrema confusione! vorrei nascondermi agli sguardi di Dio, agli sguardi di tutte le sue creature, vorrei nascondermi a me steso, tanta è la pena che mi cagionano le mie miserie, la mia imperfezione, la mia povertà, che mi tengono lo spirito intero affogato nelle tenebre.
Ma, padre, io non valgo a descrivervi il mio attuale stato. Se volete in breve descritto tutto per intiero il mio stato interiore, fermatevi per un po' su quello che di se stesso diceva il profeta Giona, chè quello molto esattamente va detto pure pel mio presente stato: Tu mi gettasti nel profondo nel cuore del mare ed i gorghi mi travolsero, i gorghi ed i flutti tuoi mi passarono sopra, disse: eccomi scacciato dal tuo sguardo; ma pure ancora vedrò il tuo santo tempio (si noti bene, padre mio, che la speranza neanche da me è stata bandita); mi ingoiarono ed invasero le acque sino all'anima , l'abisso mi circondò; il pelago coprì il mio capo; diascesi basso sino alle radici dei monti; i catenacci della terra mi si chiusero per sempre.
Gittate ancora un po' lo sguardo a ciò che dice di sè stesso il real profeta: Salvami, o Signore, perchè le acque sono entrate fino all'anima mia! Sto confitto nel profondo del fango, nè posso sostenermi; cercai sorreggermi nel mare e la tempesta mi annegò. Mi stancai dal gridare aiuto, le mie fauci diventarono rauche, perdetti gli occhi che tenevo fissi colla speranza nel mio Dio.
Ecco, o padre, la fedele esposizione del mio deplorevole stato, espressa così esattamente da questi due grandi santi dell'antico patto. Il mio patire è angosciosissimo, che solo potrebbe rassomigliarsi alle sofferenze di colui, al quale si togliesse ogni aria da respirare.
Deh! per carità, non vogliate trovare esagerata questa similitudine, che anzi tengo ad aggiungere, ad onore del vero, che dessa assai pallidamente viene rassomigliando un tal patire. Invero tutto è tristezza in me non vi è parte alcuna che non sia in alta afflizione: la parte sensitiva è posta in un'amara e terribile eredità; le potenze tutte dell'anima in un vuoto di tutte le loro apprensioni, che mi riempie di un estremo spavento.
Lo spirito è posto nell'oscurità delle tenebre ed il corpo ancora in tutta quest'operazione non vi rimane estraneo. Il dolore, quantunque non essenzialmente fisico ma tutto spirituale, pure non lascia che il corpo non ci partecipi ed in alto grado, in un modo affatto nuovo e del tutto sconosciuto. Interviene in questo stato fra l'anima ed il corpo effandimento ( = effetto ) sì intimo di dolore, che adombrarlo mi torna impossibile.
Ma viva Iddio! Se egli non temperasse per sua disposizione questi patimenti, massime quando sono più forti, la vita se ne andrebbe in tempo brevissimo; ma l'ultima acerbità si prova solo di tratto in tratto.
In certi istanti, padre mio, è sì tremenda, che all'anima sembra avere sotto i piedi aperto l'inferno, e la dannazione eterna. Ahimè! chi mi libererà da tanta sventura? chi mi sosterrà? chi si ricorderà della mia povertà, dei miei eccessi, dell'assenzio e del fiele?
Sopra di me, o padre, si è confermato il furore dell'altissimo e tutte le onde ed i flutti, al dir del profeta, si scaricarono sopra di me. Iddio ha allontanato da me gli amici e conoscenti e tutti mi prendono in abbominazione. Mi trovo solo a lottare ed a piangere, sia di notte che di giorno: il padre provinciale, a cui in questi giorni ancora ho confidato tutto il mio stato, mi serba perfetto silenzio e non so il perchè; il confesore mi sgrida, ed io non trovo consolazione veruna nelle sue lunghe prediche che mi fa al riguardo. Egli avrà un bel dire nello spiegarmi tutte le cagioni di conforto, che io devo tenere; è un buon parlare il suo nel passare in rassegna tutti i beni che queste pene produrranno all'anima mia, io non valgo ad acquietarmi, non posso credergli, poichè imbevuto ed immerso tutto nel sentimento dei miei mali, dove io chiaramente veggo le mie tantissime miserie, e da altra parte conoscendo che egli non le vede e non le sente, come le vede e le sente l'anima mia, vengo a toccare con mano che non è per il caso mio tutto ciò che egli mi dice.
E quindi, mio caro padre, invece di consolazione ne vengo a ricevere tormento maggiore. Sono proprio solo come vedete, a salire la vetta del Calvario, privo di ogni celeste e di ogni umano conforto. Potessi almeno pregare e gridare! Gesù sembrami che rifiuti la mia orazione: egli mi minaccia e mi trae fra le tenebre e non alla luce.
Mi scuopre tutta la mia povertà nella verga della sua indignazione. Egli poggia su di me di continuo la sua mano ed è questa sua mano sì pesante, sì insopportabile che, al dir di Geremia: mi fa diventar vecchia la mia pelle e la mia carne e mi sminuzza le mie ossa.
Oh! come è pesante, padre mio, questa mano divina, che per quanto si vuole sarà sempre la mano ancora di un padre amoroso! Che sarà per quegli infelici questa stessa mano per chi si trova nell'inferno?
Io prego, ma la sua mano sembrami respingermi: egli mi confina fra le tenebre, come i morti sempiterni. La sua mano va innalzando intorno a me un edificio, che tutto lo circonda di fiele e di fatica. La sua mano non si può più tollerare. Ella mi stringe sempre più forte nei suoi ceppi.
Questa benedetta mano tutto mette sossopra, tutto infrange e tutto mi lascia desolato. Cosa vorrà farne di me il Signore? Sarà indarno il mio fine nelle sue vie? E mentre dal fondo del mio cuore innalzo a Dio la mia umile prece: Nolo multa fortitudine contendat mecum, ne magnitudinis suae male me premat, a voi mi rivolgo, affinchè con schettezza e tutta sincerità mi parliate nel Signore.
Ditemi pure francamente, che a tutto sono parato, posso ancora sperare salute dalla misericordia del Signore? Che cosa ho mai fatto, da attirarmi su di me tanta sventura? Canterà ancora vittoria la mia anima, oppure dovrà riportarne per sempre in sè i rigori della giustizia di Dio? Amo io forse il mio Dio?
Sentite, o padre, fra i tanti tormenti che mi fanno marcire in cuor l'anima mia, quello che occupa il primo posto è quella continua pena o sollecitudine del pensiero di Dio, che mi fa supporre di non amarlo e di non servirlo davvero.
Ricevei l'ultima vostra e vi ringrazio delle belle notizie che mi date.
Circa quella povera orfana, vi prego a togliermi una preoccupazione. Mi consta che da un pezzo quell'anima aveva incominciato a fare un po' di orazione anche mentale e questo l'ha praticato quotidianamente. Ora l'ultima vostra mi fa nascere un sospetto, ed è quello che io non sia stato vittima di quel cosaccio su tal punto, poichè, se male non mi oppongo, la vostra lettera parmi che parli chiaro: voi mi dite che quest'anima finora s'è applicata quasi eslusivamente alle preghiere vocali. Pregovi chiarirmi anche questo punto.
Con coscienza agosciosa tengo a dirvi con tutta secretezza che quest'anima avrebbe un gran bisogno di una migliore e di una più assidua direzione spirituale e che stando la coscienza di chi la guida e di chi ne ha l'immediata cura, è più il male che a lei ne arrechi che il bene. In che tristi tempi ci siamo imbattuti, mio carissimo padre! Piaccia al re delle anime che voglia presto sovvenire ai bisogni di che occorrono queste sue creature privileggiate!
Addio, padre, perdonate il dolore, che la presente vi cagionerà.
Beneditemi, come sempre, assieme al padre provinciale.
Fra Pio
(Epist. I, 612)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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