EPISTOLARIO - pag. 125

Padre Pio a Padre Agostino
Pietrelcina, 15 agosto 1915
Mio carissimo padre,
Gesù sia con voi sempre e vi rimuneri a cento doppi il bene che sempre procurate di fare all'anima mia.
Buio e spine sempre, padre mio; qualche raggio di luce, qualche stilla di conforto per le vostre lettere e poi... più fitte tenebre, spine ancora più amare.
Una burrasca continua mi travolge, e se vi è qualche sosta passeggera e momentanea, che in sostanza non si prolunga quasi mai quanto può impiegarsi nella recita di una Ave Maria, mi volgo intorno temendo e tremando con una domanda: che cosa mi avverrà di nuovo?
Gesù così vuole e così sia; ma il fiat, nonostante la prontezza e la sottomissione della parte superiore della volontà, che è sempre unita alla volontà di Dio, mi riesce assai difficile a proferirlo ed occorre farmi dei grandi sforzi per non vacillare.
Alle volte mi assale il dubbio se realmente la volontà vi partecipa nel pronunziare il fiat della rassegnazione, ed allora il tormento e lo strazio che sento in fondo all'anima è indescrivibile. Temo di spavento ed il dolore è tale, che non saprei se l'anima ne possa sentire di più di fronte alla morte.
Io non valgo ad intenderlo, solo so con certezza che sento una sete cocentissima di voler soffrire assai e sento un bisogno continuo di sempre dire al Signore: Aut pati aut mori, anzi semper pati et nunquam mori.
Ma ahimè, padre mio, che tale ardore di soffrire mi fa temere che non viene da Dio, perchè, messo alla prova, nonostante che permane sempre il poc'anzi desiderio espressovi, la natura quasi si ribella e rifugge il patire. Essa si oppone in me ai dettami della ragione, alle ispirazioni della grazia. Di qui ha principio il martirio che mi lacera l'anima; sentomi in un medesimo tempo unito a dio per mezzo dello spirito, per mezzo della volontà, e nello stesso tempo la carne, la natura che, scontenta sempre, vorrebbe staccarsi dalla croce, dalle divine disposizioni.
Quindi sento in me che lo spirito è in una lotta intestina continua, ostinata con la carne, e che vicendevolmente si fanno una guerra. Come spiegarlo tutto questo? Non vi è forse qui un inganno grandissimo del nemico? Il tutto in me non si riduce ad un puro fuoco di paglia?
Ditemelo francamente, la cosa non sta proprio così? Non è fondato forse il mio timore, il mio atrocissimo dubbio? Mi accorgo, o padre mio, che vi cagiono colle mie lettere sempre nuovi dolori, vi ripeto sempre le stesse cose e voi con santa pazienza mi ascoltate; ma, che volete? le condizioni sono sempre le stesse, come fare a parlarvi di altro?
Sarà poi vero che il Signore mi abbia finalmente mandato la presente desolazione, in grazia delle mie suppliche a lui fatte di volere sempre patire ed ssere partecipe dei dolori del Divin maestro? Voi purtroppo me lo assicurate coll'ultima vostra. Ma è lungi dal mio spirito il credere che il mio stato attuale sia una grazia; per me sembrami essere un castigo del cielo, giustamente meritato e per acquietarmi alle vostre assicurazioni fattemi al riguardo bisogna che mi faccia una grandissima violenza. Piaccia a Signore che la cosa stia proprio come voi mi dite!
Del resto ubbidisco e credo di non sbagliare, non è verò? Ma vi ubbidisco in tutto? Dio mio! Questo pensiero mi atterisce. Voi, padre, mi dite di non pensare più alla vita passata ed io vorrei ubbidirvi anche in questo, chè ne ho tutta la buonissima volontà. Ma come fare a non pensarci? e non rimanere atterito e contraffatto persino nella più intima e secreta parte dello spirito?
So che niuno è mondo innanzi a Dio, ma la mia deformità è inconcepibile ad umano intelletto: iddio ha squarciato il velo che mi teneva nascosta la mia immondezza. Egli ha finalmente manifetato agli occhi miei tutti i miei occulti mancamenti e mi conosco tanto deforme, che le stesse mie vesti sentono orrore della mia lordura.
Come fare adunque a non pensarci, se il quadro deforme è sempre davanti a me? Il mio accusatore non è già un uomo, con cui io possa agevolmente scolpare il mio operare, ma è Dio giudice senza appello, e niun arbitro potrà interporsi tra me e Dio. Ma viva Iddio, che non rimuove la sua misericordia da me!
Oh! piaccia, dunque, al Signore di porre un velo alla grande sua maestà, perchè non resti io atterrito, e possa io trovar parole a difendere la mia causa dinanzi a lui.
Piaccia a lui di abbassare nuovamente la cortina che nasconde all'anima mia la lordura, affinchè io non rimanga schiacciato sotto il peso dei miei mancamenti e solo mi si lasci libero il corso ai lamenti nell'amarezza del mio cuore. Il padre provinciale continuia a mantenermi il più stretto silenzio; che spina acuta l'è questa al cuor mio nello stato presente! Sia benedetto iddio, chè anche questo entra nei disegni della sua provvidenza.
Fra Pio, cappuccino.
(Epist. I, 626)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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