EPISTOLARIO - pag. 128

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 4 settembre 1915
Mio carissimo padre,
Gesù sia sempre con voi e piaccia a lui di rendere degne, tutte l'anime redente, d'essere accolte un giorno nel regno della gloria. conceda a noi d'essere del bel numero di coloro che hanno saputo andare sempre innanzi nella scuola del suo amore. Così sia.
Ieri appunto mi è pervenuta la vostra ultima lettera e grazie infinite ne rendo a Gesù ed a voi ancora d'essermi pervenuta in una (ora) di suprema lotta spirituale. Per le belle parole che essa conteneva, ne fui alquanto sollevato nello spirito e mi sentii rinvigorito di nuova forza nell'alta punta dello spirito, per affrontare con maggiore rassegnazione la durissima prova, a cui è piaciuto a Gesù di sottopormi.
Ma il credereste? Cotesti sprazzi di luce, di lì a poco si convertirono in tenebre assai più fitte, le quali sono andate sempre più crescendo ed al presente sono giunte a tal punto, che mi sento quasi smarrito in sì folta oscurità. Non uno spiraglio di luce, non un momento di tregua. Sento venirmi meno il coraggio ed il pensiero di andare errato, la idea di offendere Iddio mi riempiono di terrore, mi paralizzano le membra ed anima e corpo si sono posti sotto pesantissimo torchio.
Sento dislogarmi tutte le ossa ed in pari tempo come se venissero stritolate e maciullate. l'idea di Dio è quella che regge l'anima ancora in piedi. Di tenuissimo conforto riesce per l'anima, che più non gode la dolce presenza dell'amato, e che sente quanto è dura e pesante la sua solitidine, il pensare che Iddio si trova presente per tutto.
Ma quando poi la prova è più forte e cresce in maggiore intensità, il tormento di vedermi da Dio lontano, mi strazia più crudelmente ed il suddetto pensiero, allora non mi vede ad altro se non ad un maggior tormento per l'anima. Lo spirito allora si turba, la raggione fugge, mille idee di impazienza mi assalgono, e questa verità sì consolante della presenza di Dio in tutte le cose resta come avvolta in un fitto velo.
Tutti i pensieri, tutti mi dicono che sono lontano da Dio, e non c'è balsamo che possa raddolcire questa piaga crudele, non c'è medicina che valga, nè altra consolazione all'infuori di quella di patire un vero martirio per sì degna cagione.
Padre mio, chi è tra i mortali che possa indovinare quanto sia dura la prova a cui vengo sottoposto? Chi vi è che possa indovinare quanto sia profonda la ferita che si è aperta dalla parte del cuore? Chi vi è che possa indovinare da quale mano sia partita la freccia? Chi vi è che possa indicarmi con quale sorta di balsamo si possa rendere meno aspro un tormento sì crudele?
Ahime? quanto sono stolto, padre mio. Se si potesse curare coi meschini rimedi dell'arte umana, cesserebbe certamente di essere un male di così alta sfera.
Ed intanto... come potrò vivere inchiodato in questo duro carcere? Ah! non è vero che la vita dell'uomo è corta quaggiù; no, è troppo lunga, dessa è infinita. A che pro dunque restarmi io più lungamente confitto in questo mondo? Per me non c'è alcun balsamo, che valga a disacerbare questa piaga crudele, se non quello di rassegnarmi per piacere anche in questo al mio dolce Signore.
Deh! padre mio, preghiamo insieme così il confortatore dolcissimo dei veri amanti: o mio Dio, riposo dolcissimo dei vostri amanti, deh! fate gustare finalmente cotesto riposo a un cuore innamorato delle vostre bellezze, ad un cuore che vive a solo fine, chè voi il volete, voi solo potete rendere meno crudo il martirio di un'anima, che si strugge dal desiderio di unirsi per sempre a voi.
Vengo poi a pregarvi a volervi compiacere di far leggere al padre provinciale la lettera che porta la data del 19 luglio e se volete anche le altre, a voi dirette dopo di questa, meno che l'ultima del 25 scorso mese e pregate anche voi il padre provinciale a volersi compiacere a dare il suo giudizio. Crede che ciò non gli riuscirà sgradevole, sapendo che lo stato d'animo in cui mi trovo presentemente m'impedisce di trascrivergli nuovamente tutte quelle cose.
Mi addolora immensamente la tragica fine di quella povera persona, ma il dolce pensiero di saperla in seno a Dio mi conforta.
(Epist. I, 640)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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