EPISTOLARIO - pag. 130

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 18 settembre 1915
Mio carissimo padre,
Gesù tenga sempre sopra di voi la sua mano di benedizione, e v'insegni e vi aiuti a fare sempre la sua santissima volontà. Così sia.
Non mi vogliate abbandonare, mio carissimo padre; voi il sapete assai bene che in Dio Gesù solamente ho posto tutta la mia fiducia, colla ferma speranza che non vada fallita e che io gli sia sempre fedele.
Sento però il bisogno di essere mantenuto in piedi; non basta, è vero, racconsolare un'anima ferita a morte, nessuna parola, nessun suggerimento uscito da bocca umana; ma io son persuaso che se il tutto verrà accompagnato da una fervente ed umile preghiera, sarà per sì fatta anima sorgente di gran tesori celesti.
E voi che siete stato dalla pietà del Signore arricchito di molte grazie sovrane, beneditene sempre il Signore, e pregatenelo a gradire la mia preghiera, a volermi consolare finalmente con uno di quei baci divini di cui ardentemente gliene faceva dimanda la sposa dei sacri Cantici.
Io mi sento vacillare: l'arco della tribolazione che è sempre teso, parmi che da un momento all'altro deve necessariamente spezzarsi. Il pensiero che è sempre fisso lì nella mia mente senza volerlo, che se si spezzerà quest'arco sarà tutto finito per me, mi riempie di un sacro terrore, mi fa sentire tutti in un istante i dolori di una imminente morte e se non muoio, è per un miracolo del cielo.
Di fronte ad un si fatto pensiero sento che l'anima mi si va tutta liquefacendosi nel suo dolore e nel suo amore insieme. Vede il pericolo in cui mi trovo; ma come chi dormendo sogna un pericolo paurosissimo che lo minaccia, e per quanto sforzo si faccia, non può nè fuggire e nè gittare un grido, così mi trovo io.
Mi sento solo, abbandonato nelle braccia dell'amabile Signore; ma, Dio mio, che crudo martirio è il non sentire nessuna refezione, nè nella parte superiore e nè nella parte inferiore. Sembra alla povera anima poco meno che respinta dal suo Signore.
Lo sente questo divin Signore e direi quasi lo vede assai adirato contro di sè, eppure l'anima vorrebbe che si squarciasse quel sottilissimo velo che si frappone tra lei e Dio, nulla curandosi di mirarlo adirato.
L'anima sotto la potenza sovrana della divina operazione si sente morire: la morte anzichè farle paura, è il più ardente sospiro del suo cuore; è il sommo della felicità.
Deh! padre mio, perchè non mi è dato di finirla questa vita crudele, nemica del nostro Bene? E' vero che una vita di molti secoli è un nulla per l'acquisto di una eternità do gloria, ma per un'anima che teme ad ogni istante di poter offendere Iddio, un giorno, un'ora sola è lunga, è infinita.
Ha pur ragione di chiamare l'anima in certi momenti crudele il suo dolcissimo Signore, il quale fa sempre il sordo su questo punto. O padre, quando sarà che spunti quel dì avventurato, in cui quest'anima, che ora cotanto è amareggiata da questo divin crudele Signore, andrà naufraga in quel mare immenso dell'eterna verità, dove non avrà più libertà di offendere questo divino amante, e nè punto si curerà d'averla, perchè saranno finite per lei tutte le miserie, vivendo mai sempre in certa guisa della vita stessa di Dio?
Quando spunterà, padre mio, quel giorno, in cui la mia gloria canterà al mio Dio inni più lieti, ed il mio cuore non sarà più straziato da questo crudele rimorso di non poter amare, quanto pur ne sente il bisogno? Quando avranno fine tutti questi miei timori, tutti questi sospiri?
Misero me! Lo comprendo benissimo che l'anima non entrerà nel suo eterno riposo se non quando, perduta per sempre in quell'oceano immenso di bontà, conoscerà ciò che egli conosce, amerà ciò che egli ama, e godrà solo di ciò onde egli stesso è beato.
Fortunate quelle anime che sono scritte nel libro di vita eterna! Fortunate le mille volte quelle anime che in vita formano le beniamine del divin Cuore!
E se tu, anima mia, come te ne assicurano i tuoi direttori, sei di questo bel numero una, dimmi dunque perchè sei così mesta e perchè mi tormenti? Esci pure dalla tua mestizia, innalza un cantico di lode con ardenti sospiri al tuo salvatore e signore. Rallegrati chè avrai pure il bene di confessare a Dio i tuoi peccati e di far conoscere al mondo le sue misericordie.
Sopporta il tuo esiglio a solo fine che Dio lo vuole. Quale grande guadagno l'è questo per te. Vivrò in questa crudele vita, o mio Gesù, e la speranza ed il silenzio saranno la fortezza mia, finchè dura questa misera vita. E voi intanto fate ardere, o mio creatore e mio Dio, nel mio cuore questa bella fiamma dell'amor vostro...
O centro unico di ogni mia felicità, o mio Dio, e quanto dovrò dunque io aspettare ancora?... Voi dite... o Signore, che il mio male è senza rimedio... Quando dunque, o Signore, quando? fino a quando?...
Perdonatemi, padre mio, se ho detto quello che non dovevo dire: ero fuori di me. Gesù vi dia intelligenza di tutto.
Coll'ultima vostra mi dite di non essere egoista, di dire apertamente alle anime in che stato si trovino, come regolarsi ad amare Iddio.
Su questo punto io non vi capisco quasi nulla. Nella scuola di Gesù ho imparato essere il silenzio e la speranza la fortezza dell'anima. Non ho mai maliziosamente tralasciato di parlare chiaro a quelle anime che Iddio a me inviò; e se con i superiori non ho agito con pari franchiezza, si è stato perchè ho creduto che con essi la riverenza ed il rispetto richiedesse diversamente. Per carità, vi prego tranquillizzarmi su questo. Padre mio, sono sì pieno di timori e sì impressionabile, che in ogni cosa che mi si dice e di cui Gesù non mi dà la chiara intelligenza, mi sento come stringermi il cuore.
Mi veggo assai sprovvisto di carità fraterna, vorrei fare acquisto di questa sì bella virtù, ma non ne conosco il modo. Credetemi proprio, io ne provo una crudele trafittura al cuore. Per questa mancanza mi sento di continuo morire di vergogna e di dolore. Ahimè! Come potrà sopportare l'anima mia uno strazio sì crudele del suo cuore? Chi verrà a lenire il suo dolore, che in ogni ora va sempre più crescendo a mille doppi?
E' mai possibile che da questa pena potrà aver pace l'anima mia? Ma viva Iddio! il pensare che quanto più sarà conosciuta la mia malizia, tanto più sarà benedetta eternamente la divina misericordia, riesce per la povera anima di dolce conforto.
Perdonatemi, o mio carissimo padre, volevo imitare la brevità dolorosa di parecchie vostre lettere; me l'avevo proposto, mo non vi adirate con me, non vi riesco proprio. Per un cuore trabboccante di dolore, non è mai troppo il parlare a lungo, lo scoprire le sue ferite a chi è stato da Dio incaricato a dirigerlo.
Quando mi accorderà il Signore il bene di conferire con voi, oppure col padre provinciale? La parola scritta non mi siddisfa, non sempre si presta a tutto, specie per chi troppo viva sente essere la sua trafittura là, in fondo al suo cuore.
Raffaelina da Bologna mi domanda le vostre nuove. Poverina! quanto deve soffrire in tempi sì tristi vedersi lontana da chi poteva rivolgerle qualche parola di conforto. Raccomandatela a Gesù assieme alla povera anima, nel tesoro delle vostre preghiere.
Vi auguro ogni bene dal Signore; ossequio il padre provinciale, e chiedendo la sua e vostra paterna benedizione mi dico nel dolce Gesù
il vostro ubbidientissimo figlio, fra Pio.
(Epist. I, 648)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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