EPISTOLARIO - pag. 132

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 4 ottobre 1915
Mio carissimo padre,
Gesù vivifichi il vostro spirito e colla sua grazia lo renda sempre a sè più caro. La Vergine santissima ed il serafico nostro padre vi faccia sempre più degno dello sguardo divino. Così sia.
Come incominciare questa mia presente: con un grido di dolore o con un inno di laude al mio Signore?...
Spesso, o mio carissimo padre, il mio spirito va pensando non esservi altro in questo basso mondo che possa disacerbare il dolore acutissimo, da cui si sente tutto trafiggere nel vedersi lontano da quel dio, che è la fonte e la consolazione delle anime afflitte, se non che la solitudine, poichè quivi lo spirito si riposa dolcemente in colui che è la vera sua pace.
Ma deh!, o padre, troppo sovente le è tolto di deliziarsi in lui con piena libertà! E chi può immaginare allora la piena delle amarezze senza misura, che sente quest'anima? Il suo intelletto si sente quasi rapito a contemplarne le meraviglie del divino suo sposo, la volontà invece si strugge nel suo dolore, perchè non vorrebbe in modo alcuno essere distolta e disturbata nella dolcezza di quell'amore che essa non intende, ma che altro non può essere se non un amore che non ha nulla di somiglianza con quell'altro che suole portarsi alle creature.
La povera volontà nulla intende di questo suo mistero; ella ama più di quello che suol conoscere e di qui appunto nasce il grande tormento che non dà pace all'anima nè di notte e nè di giorno. Lo spirito brucia dal desiderio di conoscere l'oggetto del suo amore, ma l'abisso incomprensibile delle divine grandezze l'opprime, l'abbatte, l'annienta, e sente di essere ridotto al nulla, da poter anche esso con il profeta alzar forte la sua voce e sfogarsi con il tormentatore delle anime: Ad nihil redactus sum.
Il cuore alla sua volta brama infocatamente deliziarsi nelle sovrane bellezze del divin volto, ma indarno, poichè vedesi di essere ritenuto, da una troppo dura catena, prigioniero in questo basso mondo.
Sì, o padre mio, tutto sembra per la povera anima, che è caduta in simili lacci, far guerra al suo amore. Io sento rincrudirmi per questo a mille doppi il tormento nell'anima ed anche allorquando l'anima s'inebria nel conversare intimamente con Dio soffre un crudele martirio, perchè il pensiero si porta al gran numero di coloro che non si curano punto di queste celesti delizie; ed a tanti infelici che per lor colpa non potranno mai gustarne stilla in eterno.
Allora si è propriamente che l'anima che riposa in Dio sente tanta uggia di questo suo riposo, che si sente presso a poco a svenire, poichè vorrebbe rinunziar volentieri alle delizie del suo riposo, purchè sperasse di accendere in altri la brama di quella felicità, che rende beati.
Ed io non valgo a comprendere come mai un tal riposo produce tanto tormento a chi altro non brama che piacere a Dio, padre e creator nostro.
Forse io m'illudo miseramente nel vedere sì chiaro che Iddio è nel centro del mio cuore! O padre mio, chi mi assicura con tanta certezza che io non sono separato da questo tenerissimo sposo delle anime? Ahi! quanta è dura la vita, quanta è tormentosa, quanta è amara tenedoci sino all'ultimo respiro sempre incerti su ciò che più importerebbe sapere in questo basso esiglio!
Io non veggo chi possa desiderarla, mentre l'unico conforto che si possa sperare da lei, che è quello di dare gusto a Dio in ogni cosa, è sì incerto ed esposto a tanti pericoli! Ma che dico?... Mi accorgo di vaneggiare in pieno meriggio; sì, la vita può essere desiderata e dessa propriamente è fatta per l'anime forti; ma non per la mia, che la veggo debolissima e dessa ha ragione di querelarsi col suo Dio che sciolga presto questo corpo di morte.
Il padre san Francesco, a cui confido il mio cordoglio proveniente dal doppio esiglio, mi venga in aiuto e tolga finalmente l'obbrobrio dal suo figlio.
L'incertezza del mio avvenire mi opprime, ma nutro viva la speranza di vedere effettuati i miei sogni, chè il Signore non può mettere in un'anima pensieri e brame che non voglia realmente avverarli, ad appagare l'anima di quelle brame delle quali egli solo ne è l'autore.
Riguardo a ciò che mi chiedete sul conto di quell'anima, non è piaciuto a Gesù di farmela conoscere per bene. Pregovi quindi a volermi essere indulgente pel presente, poichè vi prometto che in seguito se a Gesù piacerà di meglio darmene la conoscenza, mi tengo in dovere di manifestarvi tutto.
Perdonatemi poi se non ho risposto a quelle interrogazioni che mi avete fatte coll'ultima vostra. A dirvi il vero, sento una grande ripugnanza nello scrivere quelle cose. Non si potrebbe, o padre, pel presente soprassedere di dare a queste vostre dimande un riscontro?
Del resto vi ho esposto questa mia debole ragione, ma se voi non la trovate sufficiente e volete proprio che il tutto affidassi alla scrittura, non sapendo cosa fare, a me non rimane se non ubbidire.
Attendo le vostre decisioni in proposito.
Con quanta fede ho nel cuore vi abbraccio caramente.
Il vostro figlio fra Pio
(Epist. I, 660)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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