EPISTOLARIO - pag. 135

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 27 ottobre 1915
Mio carissimo padre,
Gesù faccia anche a voi sentire quella carità purissima che cacci via il timore, e che ha l'interiore sicurezza di quella grazia sovrana che esclude ogni macchia. Così sia.
Quanto grandemente infelice si riconosce l'anima viatrice che con tutte le sue forze procura di crescere nelle vie del divino amore! Che orribile contrasto ella va esperimentado di continuo in se stessa! Io non so se il Signore vi abbia mai fatto esperimentare quello che fa sentire da molto a questa sua creatura. Mai ella ha sentito come lo sente in questo stato la dolcezza e la profondità, che contengono varie sentezze della Scrittura santa.
Di questa, una la sarebbe: L'amore è forte al par della morte, e duro al par dell'inferno. Questa creatura sente assai al vivo di essere ferita da uno strale, che non può essere e nè può provenire da altra creatura, anche la più nobile. Alla poverina assai duramente le riesce il tirarsi dietro la catena della sua prigione; ella conosce di essere assai duramente inchiodata in questo suo divino inferno.
Primo ed ultimo affetto che sorge in cuore in questa infelicissima creatura, allorquando ritorna alla coscienza della vita, è un vivo rammarico di essere viatrice, è un atrocissimo tormento di non esser morta in prove sofferte per lo innanzio. Dopo aver la poverina tanto sospirato il momento della sua dipartita, dopo di esser giunta più volte là sul limitare della vita, dopo di aver assaporate le dolcezze della morte e soffertane tutta la lotta e tutto il tormento, proveniente dalla natura che reclamava i sui diritti, dopo ch'ella uscì fuori di sè, fino a perdere di vista il mondo di qua, dopo che la poverina ebbe quasi toccato col dito le porte della Gerusalemme celeste, il ridestarsi tuttora in questo luogo di esilio, ripiombando nella condizione di viatore che sempre può perdersi, l'è per fermo una nuova specie di agonia più dura assai della stessa morte e di qualsiasi genere di martirio.
A guisa, o padre, dell'apostolo delle genti, che dopo aver udite nel terzo cielo misteriose parole, che il solo Verbo divino può dire, fu rimandata a vivere di quella vita che non è vita perchè nemica di farci vivere della vera vita, fu rimandato, dico, a soffrire sulla terra le ceffate di satana; oppure a guisa di chi avendo salito l'arduo monte colla croce sulle spalle, si trovasse nuovamente risospinto sullo stesso luogo da cui era partito.
Ahimè!, padre mio, quanta è dura questa vita mortale; finchè ella dura, l'eterna è sempre incerta! Oh vita crudele, nemica del mio amore, che ci ama infinitamente più di quello che noi possiamo amarlo, conoscerlo, oh! perchè non ci è dato di finirti?
Oh vita, che per si fatta creatura non sei più vita, ella ti sopporta in pace, perchè Dio ti sopporta; si prende cura di te, perchè sei dono suo; ma tu almeno non voler fare con questo poverino la traditrice e l'ingrata!
Padre mio, che è più misero di questa creatura? Ella sente il suo libero arbitrio, schiavo infelice della sua libertà, è strettamente legato alla catena dal timore e dall'amore di quel Dio che la creò; ma non le basta, ella vorrebbe sentirsi stretta a lui da un altro amore, che non potrà realizzarsi in questo basso mondo. Ella vorrebbe entrare presto in quell'eterno riposo per sempre vivere perduta in quell'oceano immenso di bontà, per conoscere solo ciò che egli ama e per godere di quello onde è beato egli stesso.
La poverina sospira che spunti questo di avventurato, per non vedere aggirarsi il suo intelletto in mille altre verità, le quali se tali sono, perchè l'oggetto del suo amore è la verità prima e ad altre si comunica; quest'infelice creatura sospira questo fortunatissimo giorno, per non vedere la sua volontà di continuo aggirarsi in tante voglie diverse.
Oh quando fia, padre mio, che venga questo giorno sospiratissimo, in cui la poverina andrà naufraga in quel mare immenso dell'eterna verità, dove non avrà più libertà di peccare, nè punto si curerà di essere creatura dotata di libero arbitrio, perchè quivi tutte le miserie son finite, ed ella non potrà più svolgere gli occhi da quella infinita bellezza, nè lasciare di deliziarsi in Dio in una perpetua estasi di dolcissimo amore?
Piaccia al Signore di porre termine quando a lui piacerà a sì crudele martirio.
Vi promisi in un'altra mia di serbarvi una sorpresa circa la povera Raffaelina. Per evitarvi un dispiacere, volli tacervi il fatto che a lei avvenne proprio in quei giorni. La poverina ha dovuto subire una operazione chirurgica, delicatissima e pericolosissima nello stesso tempo; e giacchè ormai è fatto compiuto e col divino aiuto tutto è andato bene, godo di notificarvelo, affinchè ne godiate anche voi, grazie al Signore.
Ora ne sospiro il dì in cui potrò riabbracciarvi.
Fra Pio
(Epist. I, 681)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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