EPISTOLARIO - pag. 137

Padre Pio a padre Agostino
Caserta, 18 novembre 1915
Mio carissimo padre,
la divina grazia sovrabbondi sempre più nel vostro spirito e vi faccia pervenire carico di meriti al porto dell'eterna salvezza. Così sia.
Sono già da otto giorni che mi trovo in questo ospedale militare, mandatovi dal mio distretto di Benevento per motivo di osservazione.
Padre mio, io ignoro quale sia la mia sorte, ma qualunque ella sia l'accetto con animo tranquillo e sereno, come se mi venisse offerta immediatamente dalle mani benedette del Padre celeste.
Il feroce capitano medico di Benevento nel visitarmi riscontò in me la tanto temuta malattia, quale appunto l'è la tisi, ed appunto per questo mi mise sotto rassegna inviandomi qui.
La sua diagnosi è, a mio parere, molto esatta e fatta con molta scrupolosità. Si noti pure che detto capitano è proprio della partita ed alla fin fine è professore di università in Napoli. Un brutto tiro però me l'attendo da questo, permettimi l'espressione, zotico colonnello medico. Egli già mi ha visitato, ma la sua visita si è ridotta ad una pura formalità: da ciò che mi disse, mi lascia poco a sperare.
Non mi ha permesso nemmeno di manifestargli ciò che soffrivo e quando io cominciavo ad aprire bocca per sottoporgli le mie sofferenze, troncò subito corto col dirmi: Va bene, al reggimento ve la vedrete con i vostri novelli superiori.
Da questa brevissima espressione pare abbastanza chiaro che Gesù richiede dal suo povero servo una grandissima prova. Sia egli adunque mai sempre benedetto da tutte le creature! Piaccia a questo sì tenerissimo sposo, fratello e padre accogliere nell'eterna requie il suo povero servo.
Questo dolce pensiero mi sostiene nella prova, mi conforta nella afflizione, mi sostiene in piedi nel duro cimento. Questo pensiero si è desso propriamente, o padre, che mi fa uscire fuori di me stesso, mi eleva al di sopra di questo basso mondo, mi fa vivere di Dio e mi fa dimenticare persino in mezzo a chi mi trovo.
Chi sa, padre mio, se Gesù ci darà la consolazione di nuovamente abbracciarci innanzi di uscire da questo basso esilio. Io mi sento assai male; lo stomaco incomincia a fare il solito scherzo; il petto mi duole fortemente.
Io poi sono assolutamente deciso di non fiatare al riguardo con nessuno, fino a quando resterò in questo ospedale, per la semplicissima ragione che il parlare non gioverebbe a nulla.
Ringrazio poi il Signore d'avermi fatto incontrare, anche in mezzo a tanta gente di ogni condizione, delle persone di nobile cuore, le quali mi circondano di estraordinario affetto e di squisita cura.
Delle suore di carità tralascio di parlarvi, poichè voi ben conoscete da quale carità siano informati i loro cuori.
Ignoro dove trovasi il padre provinciale, vorrei scrivergli, ma le mie condizioni di salute non mi permettono di scrivere molto. Voi però lo terrete informato di tutto, non è vero? Farete con lui pure le mie scuse e rassicuratelo ancora che fo sempre continua memoria di lui davanti a Gesù.
Una preghiera tengo a dirvi, cioè di non far trapelare a nessuno, specie con il padre Benedetto, il mio vero stato di salute, è solo motivo questo di non fare sapere nulla alla mia famiglia.
Ho bisogno di applicazioni; in carità, perciò, vi scongiuro a volermene provvedere con sollecitudine.
Con la solita stima e rispetto vi abbraccio con tutta l'effusione del mio cuore.
Fra Pio
Il mio indirizzo è questo: spedale principale militare di Caserta - 2°- Ossrvazione. Attendo con ansia vostro riscontro.
(Epist. I, 688)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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