EPISTOLARIO - pag. 143

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, fine gennaio 1916
Mio carissimo padre,
Gesù sia sempre con voi e vi dia chiara intelligenza del mio vero stato interno attuale di cui vengo a parlarvi. Così sia.
Approfitto dei brevissimi istanti, nei quali mi è consentito di rientrare in me stesso, rendermi ragione del mio stato desolante e trascriverlo su questa carta per quanto è in mia facoltà.
L'anima mia da più tempo si trova immersa giorno e notte nell'alta notte dello spirito. Le tenebre spiriruali mi durano delle lunghissime ore, dei lunghissimi giorni e spesso delle intiere settimane.
Allorchè sono in questa notte, io non saprei dirvi se mi trovo nell'inferno o nel purgatorio. Gli intervalli nei quali scende un pò di luce nel mio spirito sono assai fugaci, e mentre mi domando allora conto del mio essere, mi sento in un baleno cadere in questo carcere tenebroso, istantaneamente perdo la memoria di tutti quei favori dei quali il Signore fu sì largo coll'anima mia.
Addio le delizie delle quali l'aveva inebriato il suo Signore! Dov'è quel gusto di cui ella godeva dell'adorabile divina presenza? Tutto, tutto è sparito dalla sua intelligenza, dall'anima sua. E' un continuo deserto di tenebre, di abbattimento, d'insensibilità, è la terra natale della morte, la notte dell'abbandono, la caverna della desolazione; qui si trova la povera anima lontana dal suo Dio e solo con se stessa.
Continuo è il sospirare dell'anima sotto il peso di questa notte che tutta la circonda, tutta la penetra; ma ella si vede incapace a pensare alle cose sopranaturali non solo, ma sino alle cose le più semplici. E quando l'anima è li per lì afferrare un solo raggio della divinità, tosto ogni sorta di lume sparisce al suo sguardo.
La volontà si sente uscire fuor di sè e sforzasi di amare, ma in un baleno, padre mio, trovasi dura e ferma come un sasso. La memoria si studia di attaccarsi a qualche cosa che potesse consolarla, ma tutto è inutile.
Non è questo uno stato raccapricciante?
Ma non è tutto, padre mio. Quello che mi accresce di più il mio tormento, è il rammentare alcune volte vagamente di avere in altri tempi conosciuto ed amato quello stesso Signore, di cui ora io sento di non più conoscerlo, nè amarlo, come quello che per me è come un incognito, un assente, uno straniero.
Mi vado allora sforzando di trovare almeno nelle creature le tracce di colui che desidera l'anima mia; ma chi può dirlo? io non ci ravviso più l'immagine consueta di colui che mi ha abbandonato. Ed è proprio qui che l'anima, vinta dallo spavento e dal terrore, non sapendo più che fare per trovare il suo Dio, va esclamando, querelandosi col suo Signore: Dio, Dio mio, perchè mi avete abbandonato?.
Ma quale orribile spavento! Nessuno, neppure l'eco risponde nel vuoto che ella sente dentro di sè. Ma non ancora qui l'anima si dà per vinta. Ella ritenta novelli sforzi; ma sempre invano. Sento allora venirle meno ogni calore; tutta la sua forza la sente cessare; i sentimenti tutti di pietà vede che si sono assopiti del tutto.
Strappata al suo sposo, lacerata sino nelle parti sue più recondite, ella non sa più che si fare in questa notte altissima. E quello che più mi accresce il supplizio si è che questi mali intollerabili pare che vogliano eternamente durare. La povera anima non vede termine alcuno a questa sua orribile miseria. Un muro di bronzo sembrami racchiudermi per sempre in questo orrido carcere.
Sono tante e si acute le pene che qui si sentono, che non saprei farvi differenza alcuna di quanto potrei soffrire se fossi nello stesso inferno, anzi, e mi sia lecito il dirlo, qui, in questo stato, devesi soffrire ancora di più, in ragione dell'amore con cui si è amato il creatore. Ma proseguiamo.
Allorchè si è proprio al colmo di questo martirio, parmi che l'anima è lì per cercare di consolarsi al pensare che alla fine ella deve necessariamente soccombere sotto il peso di tali dolori, perchè è affatto impossibile sopportarli più lungo tempo.
Ma viva Iddio! poichè il pensiero dell'immortalità che resiste all'istessi inferno, si presenta tosto innanzi a questa anima smarrita, che è per smarrirsi; sente allora che ella informa ancora un corpo vivente e sta per invocare l'altrui soccorso, non tosto sentesi soffocare del suo grido... e qui la mia lunga diventa muta e non valgo a dire quello che va allora in me operandosi.
Sono cose affatto nuove e non vi è linguaggio che possa ritrarle. E solo dico che qui si è proprio al colmo dei dolori e non so se dò gusto o no al Signore. In quanto a me cerco di amarlo, lo voglio; ma in questa notte di oscuratissime tenebre il mio spirito cieco va errando alla ventura, il mio cuore è disseccato, le forze sono abbattute, i sensi sono estenuati.
Io mi vado dibattendo; sospiro, piango, mi lamento, ma tutto è indarno; finchè affranta dal dolore e priva di forze, la povera anima si sottopone al Signore dicendo: Non mea, o dulcissime Iesu, sed tua voluntas fiat.
Eccovi, o mio carissimo padre, messo a nudo il mio interno. Vorrei cercarvi un soccorso, ma mi accorgo benissimo che nessuno può prestarmi sollievo alcuno in queste angoscie sì profonde, che io stesso no basto esprimere a me stesso, e nessuno è in istato di comprendere, a meno che non le abbia provate.
Ho ricevuto la vostra lettera e non so se nascondervi la meraviglia o meglio il mio rammarico per certe dimande fattemi. E dico il vero che molto ne ho pianto. Sia fatta la divina volontà che così vuole provarmi. Anche il povero Giobbe, permettendolo Iddio, ricevè amarezze e non consolazioni dai suoi amici.
Comprendo che il caso non va ad rem, ma Iddio solo sa quello che passa in me. Ciò che scrissi a Foggia a quell'anima è vero, ma declinare qui per iscritto i nomi e non mi è lecito; se ci sarà dato di rivederci, a voce tutto.
Non mi sono mai affidato a me stesso, e posso dire davanti alla mia coscienza di non aver dato mai un passo, senza l'altrui consiglio. E su certi passi principali già dati, ci sono sempre ritornato sopra, chiedendo sempre nuovi lumi a quante persone mi sono capitate.
Sono spiacente dovervi rinviare la caritevole elmosina da voi inviatami, per solo motivo che, stante il mio attuale stato fisico di salute, difficile assai sarà che possa io celebrare per un intiero mese senza interruzione.
Il buon Gesù rimuneri intanto voi e l'offerente principale, chiunque sia, di sì fiorita carità.
Beneditemi fortemente in ogni momento e Gesù rimanga con noi sempre.
(Epist. I, 711)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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