EPISTOLARIO - pag. 145

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 15 febbraio 1916
Mio carissimo padre,
Gesù sia sempre con voi. Così sia.
Ricevo la vostra lettera e per ragioni indipendenti dalla mia volontà, che vi spiegherò a voce, non mi è possibile venire domani mattina.
Si lascia però questa intesa. Giovedì mattina prenderò il treno che arriva a Benevento verso le otto e lì vi attenderò.
Barbablù ci ha rubato una giornata! Sia fatta la volontà di Dio!
Arrivederci, dunque, a giovedì.
In fretta vi saluto con immensa effusione di animo.
Vostro figlio fra Pio.
(Epist. I, 739)

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Padre Pio a padre Agostino
Foggia, 27 febbraio 1916
Mio carissimo padre,
Gesù sia sempre il re supremo del vostro cuore e vi renda sempre più degno dei suoi celesti favori. Così sia.
Ricevo proprio or ora la vostra sospiratissima lettera.
(...) Gesù vi rimuneri di tutti i sacrifizi che fate per la mia povera persona. Non debbo però nascondervi che mi veggo, per tante cure che mi usano, profondamente umiliato. E come potrebbe essere diversamente, mio buon padre? Oh! non sono io privo di ogni merito personale? Forse si vuole venire in aiuto di un povero infermo. Ma come fare a sdebitarmi di tutto ciò che mi si fa?
Purtroppo prevengo la risposta di sì dolorosa dimanda per me. Sdebitare tutto colla preghiera al Signore. Sta bene; e questo io il fo; ma dovete pure convenire con me, che a questo sono astretto per moltissimi altri vincoli. E poi cosa può valere mai la preghiera di chi prega in un sepolcro di morte, di cui il Signore non ha più memoria di lui?
Prego di continuo, ma la mia preghiera non si eleverà mai da questo basso mondo. Il cielo, padre mio, sembrami divenuto di bronzo; una mano di ferro è posata sulla mia testa: ella mi respinge di continuo lontano lontano.
In alcuni istanti sembrami che l'anima è lì sul punto di afferrare l'oggetto delle sue brame. Ma chi il crederebbe? loggetto delle sue torture di un tratto a lei si nasconde e con una mano, direi crudele, mi respinge lungi da sè.
Chi può dire quanto sia pesante questa mano che così respinge? Se tutti gli astri che sono in mezzo al firmamento si riversassero tutti su della povera anima, a mio credere, non produrrebbero tanto peso su lei, quanto peso produce cotesta mano respingitrice.
Aggiungete a tutto questo il riconoscimento di questa anima dopo sì fatta respinta e giudicatelo voi se si può vivere a lungo in simile stato. Avvertite pure che questo avvicinamento dell'anima al suo oggetto e la repulsione che le succede sono continue e ditemi poi se il mio stato sia invidiabile.
Mi sforzo di stare alle assicurazioni di chi tiene le veci di Dio, ma nell'anima non può mai scendere un raggio di luce. Una credenza secca, senza alcun conforto e solo bastevole a non gittare l'anima nella disperazione.
Per carità, padre mio, ritornate sempre sul mio caso col padre provinciale; lo studiino bene e poi... mi parlino chiaro, se pur rimedio v'è di potere rientrare nella grazia del supremo re. So che questo ultimo mio periodo ecciterà il loro sdegno contro di me. Per carità non vogliano molto adirarsi col loro servo. Permettetemi che io sfoghi il mio dolore con voi che siete stato messo a parte di ciò che fin qui è andato succedendo.
Lasciate che una pecorella smarrita sfoghi il suo dolore sul cuore del proprio padre e che le sue lagrime si confondano con quelle di lui.
Non è l'incredibile che così mi fa parlare, ma sibbene è l'acerbità del dolore, che si è impossessata di tutto l'essere mio. Compatite ad un povero cieco che va errando nel più fitto buio di un'alta notte.
Ditemi sinceramente: non sono io forse uno di quei ciechi di cui parla il profeta: oculos habent et non vident?
Mi si parli pure e aiutino a rimettermi sulla diretta strada; m'indichino il modo del come devo diportarmi per ritrovare l'oggetto delle mie amarezze.
Oh! se mi fosse possibile aprirvi tutto il mio cuore e farvi leggere tutto ciò che vi passa, forse chi sa che non mi apportasse un po' di sollievo!
Ma voi sapete tutto, che il Signore che ha rimosso da me ogni mezzo per esprimermi. Or ditemi: non è questo un gran castigo? vorrei, vorrei parlarvi, ma a che vale il parlare senza intenderci? E' meglio uno stretto silenzio, che un mal parlare.
Rendete per me vivissime grazie a tutte l'anime che per me pregano ed assicurate loro che io fo continua memoria davanti a Gesù di tutte indistintamente.
Adesso, padre, mi sia lecito raccomandarvi una vostra promessa fattami. Mi diceste che quando Gesù avrebbe richiamato al suo ovile la pecorella errante, avreste pregato e fatto pregare per la di lei ripartita.
Ormai, grazie al cielo, la vittima è già salita all'altare degli olocausti e da sè dolcemente si va distendendo su di esso: il sacerdote è già pronto ad immolarla, ma dov'è il fuoco che deve consumare la vitima? Questo appunto è ciò che si deve chiedere a voi che a tanto vi siete obbligato, dovete incessantemente chiederlo e strapparlo al divin cuore.
Tralascio di parlarvi del mio fisico, non è desso l'oggetto del nostro trattenimento, e poi è una cosa che non mi preme affatto ed anche per voi voglio che sia lo stesso. Solo vi dico che Gesù mi lascia il conforto di celebrare sempre. Ma se anche di questo vorrà privarmi, fiat!
Le sorelle Cerase vi restituiscono centuplicati gli auguri che fate per esse e m'incaricano di assequiare da parte loro il padre provinciale. La povera inferma sta assai male; pregate e fate sempre pregare per la povera paziente.
Sono costretto a far punto, perchè il porgitore della presente è in partenza. Avrei scritto pure al padre provinciale, ma non ho fatto a tempo e poi son convinto che la presente sarà notificata anche a lui.
Intanto ossequiatemelo tanto tanto, mentre chiedendo la paterna loro benedizione, mi profferisco sempre
il vostro povero fra Pio, cappuccino.
(Epist. I, 750)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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