EPISTOLARIO - pag. 146

Padre Pio a padre Benedetto
Foggia, 8 marzo 1916
Mio carissimo padre,
Gesù sia sempre con voi e con tutte l'anime che l'amano con purità di cuore. Così sia.
Vorrei, o padre, almeno una volta con i miei scritti apportarvi sorrisi, gioie. Ma non è in mio potere, e moltomeno nel presente periodo. La pace è stata del tutto bandita dal mio cuore: io sono addivenuto completamente cieco. Io mi trovo avviluppato in una più profonda notte e non trovo, per quanto io mi dimeno, mai la luce.
Come dunque posso camminare mai bene dinanzi al Signore? Ah! no; egli non potrà affatto essere contento di me. Egli giustamente mi ha gittato tra i morti sempiterni dei quali non ha più memoria. E' stata la mia malizia, che tanta sventura mi ha attirato addosso. Ma ditemi francamente: posso sperare in un giorno migliore, in cui il Signore, nell'accesso della sua bontà, sarà meco indulgente?
Tengo sempre fissi gli occhi all'oriente fra la notte che mi circonda, per distinguere quella stella miracolosa, che guidò i nostri padri alla grotta di Betlemme. Ma invano vado appuntando i miei occhi per vedere sorgere quest'astro luminoso. Più guardo e più vengo meno nella vista; più mi sforzo, più ardentemente la cerco e più mi veggo avviluppato in sempre maggiori tenebre. Sono solo di giorno, sono solo di notte e nessun raggio di luce viene ad alluminarmi: mai una goccia di refrigierio viene a vificare la fiamma, che continuamente mi divora, senza mai consumarmi.
Una volta sola ho sentito nella più secreta ed intima parte del mio spirito una cosa si delicata, che non so come poterla dare ad intendere. L'anima sentì dapprima, senza poter vedere, la di lui presenza ed in seguto, direi così, egli si avvicinò sì strettamente all'anima, che questa avvertì pienamente il di lui toccamento, proprio, per darvene una pallida figura, come suole avvenire quando ci accade che il nostro corpo tocchi strettamente un altro.
Non so dire altro in riguardo, solo vi confesso che fui preso dal più grande spavento in principio, che di lì a poco fu cambiato questo spavento in una celestiale ebbrezza. Mi sembrò che non fossi più nello stato di viatore, e non saprei dirvi se quando ciò avvenne avvertii o no di essere ancora in questo corpo. Iddio solo lo sa ed io non saprei dirvi altro per meglio darvi ad intendere questo avvenimento.
Ma, Dio, chi mai avrebbe potuto immaginare quello che di lì a poco doveva avvenirmi! L'inferno mi si scatenò addosso. Questa parola abbraccia tutto. Venni rigettato in un carcere più oscuro del primo, dove al presente mi trovo, e non altro vi regna se non sempiterno orrore.
Qui tutti i miei peccati sono messi al nudo e l'anima non vede altro se non questa sua malizia, portata a sì alto grado e nello stesso tempo si vede chiaramente del tutto in modo assoluto sì difforme da quella unione con Dio, a cui ella di continuo aspira.
Qui l'anima non dubita punto della misericordia del Signore, che possa un giorno a sè unirla, ma invece la cosa qui è tutta soggettiva: ella trova in se stessa l'impossibilità di questa unione. Ella scorge in sè medesima qualità affatto contraddittorie a quella unione.
Immaginate voi dunque se per quest'anima vi può essere un pò di consolazione. Si vede del tutto rigettata dalla faccia del Signore e tutto trova essere giusto. La sua perdita la vede chiaramente essere irreparabile; non sa mai acquietarsi a sì gran perdita, vorrebbe amare questo Dio dal quale si vede respinta: anzi si sforza di amarlo e l'unico suo pensiero, che senza un istante di tregua la martirizza, sì è di amare questo Dio, che tanto ha offeso.
Vuole amarlo a dispetto di tutto, nonstante che vede la sua perdita irreparabile.
A tutto questo vada aggiunto il risveglio delle passioni tutte, ad eccezione di una sola. Una infinità di timori mi assale in ogni istante. Tentazioni intorno alla fede e che vuole spingere a tutto negare. Padre mio! quanto è difficile il credere! Il Signore mi aiuti a non gittare l'ombra del sospetto su ciò che a lui è piaciuto svelarci. Chiedo la morte in sollievo delle mie afflizioni. Me l'accordi presto il Signore Iddio, che non ne posso proprio più.
Vorrei, o padre, ancor seguitare a dire e sfogarmi con chi è ormai assuefatto a sapere compatire il mio dolore, ma non ne posso più; la mano mi trema e non sa riuscire a mantenere la penna in mano e la gola me la sento stringere dai singhiozzi.
Mi attendo una lunga vostra, in cui mi sentirò condannato inesorabilmente. L'urto che si ripercuoterà in me sarà certamente orribile, ma se non altro avrò la soddisfazione, se pure ciò sarà possibile, di avere in extremis almeno una volta ragione. Ci scommetto che questa volta vi convincerete della realtà delle cose e muterete sentenza finalmente.
Sarete compiacente di presentare i miei profondi ossequi al carissimo padre lettore e considerino bene il mio caso ed uno almeno mi dia una volta ragione.
Con stima grandissima vi bacio la mano, pregandovi umilmente a volere benedire chi sempre si profferisce,
Il vostro povero figliuolo
fra Pio
Non v'inquietate col vostro figliuolo, se oso ancora una volta riaprire la presente. Vi do ampia facoltà di parlarmi un pò dell'ultima mia confessione con voi fatta. Quindi con ciò che in quella dissi e con questo che vi ho esposto in questa mia presente, non che con quello dettovi in altre innumerevoli circostanze, voi potete più esattamente dare il vostro giudizio sul mio stato. Nell'ultima mia confessione vi dissi che molte volte il buio dal quale vengo asalito è tale che mi fa dubitare o meglio mi veggo impossibilitato a discernere ciò che è buono da ciò che non è buono.
Come regolarmi nell'agire per non offendere il Signore? E' vero che voi mi deste una regola su questo punto, ma che volete? io non la ricordo con precisione quale ella sia. Siatemi indulgente per questo ed usatemi la carità di pormela in iscritto.
(Epist. I, 756)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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