EPISTOLARIO - pag. 159

Padre Pio a padre Benedetto
San Giovanni Rotondo, 6 settembre 1916
Mio carissimo padre,
La grazia del padre celeste vi assista sempre e vi ricompensi della carità, che fate al mio povero spirito!
Son già da due giorni che mi trovo qui: il viaggio riuscì, grazia a dio, discretamente bene, soltanto che mi scombussolò un pò, ma il tutto va insensibilmente dileguandosi.
Stando a Foggia, proprio negli ultimi giorni, mi scrisse il padre lettore Agostino, incaricandomi di scrivere ad un'anima di costì, che trovasi in grandi angustie di spirito. Provai ripugnanza grandissima nel dover fare quest'ubbidienza: avrei voluto chiedere anche il vostro permesso innanzi di scrivere a quell'anima, ma vedendo che la cosa non ammetteva dilazioni senza detrimento di quella poverina, mi indussi a scrivere a lei, serbandomi tutto tenervi informato appena l'avrei potuto fare. Ditemi sinceramente: mi sono regolato bene oppure no? Non mi risparmiate dalla punizione, qualora mi trovate colpevole davanti al Signore. Sono disposto di assoggettarmi a tutto, a fine di piegare il cuore di Dio ad usarmi misericordia ed a sperarne il di lui ritorno in me, col presto far risorgere nel cielo dell'anima mia il suo divin sole.
Chi può, padre mio, mettere a nudo le pene superlativamente grandi del mio spirito?! Mi sento morire in ogni istante: mi pare di vacillare in ogni momento, eppure subirei infinite volte la morte, innanzi di offendere il Signore ad occhi aperti.
Sono messo alla prova di tutto. Vivo in una perpetua notte e questa notte non accenna affatto di ritirare le sue folte tenebre per dar luogo alla bella aurora. Iddio lo sente nel centro dell'anima mia, ma non saprei dirvi il come lo sento. Questa di lui presenza, lungi dal consolarmi, accresce all'infinito il mio martirio, che in ogni istante mi fa cadere in un deliquio estremamente penoso. Lo sento su me presente, eppure la sua presenza di quanta caligine è rivestita! Il mio sguardo è sempre fisso in questa misteriosa e strana presenza, e più vi fisso lo sguardo e più maggiormente sento accrescere le mie pene interne, perchè l'oggetto da contemplare si va sempre più ingrandendo, tenendosi sempre più nascosto.
Lo confesso, padre mio, io sono un cieco, non saprei se colpevole o senza colpa, ma in ciò che riguarda la suddetta presenza mi pare di vederci troppo bene. Ma a che pro per me questa eccezione, quando dessa non mi reca sollievo alcuno, anzi è dessa quella che attualmente tutto mi crocifigge e mi rende insopportabile la vita!? Non sarebbe il meglio per me che anche questa eccezione così triste sia rimossa da me? Forse la posizione non sarebbe anche meno penosa e più sostenibile? Ahimè! Questa vista terribile mi uccide, mi fa uscire in amari ruggiti!
Voi dunque che siete a parte di tutto, perchè non venite in mio sollievo, giacchè da voi dipende tutto e tutto il Signore ha posto nelle vostre mani? Se su altri punti vi esperimento da padre, su questo vi vado esperimentando da giudice rigorosissimo.
Deh! padre, non vogliate farla più da tiranno con me! Disponetevi, e Gesù infine darà il resto, con grande ricompensa, io spero, a voi. Ma fiat, in tutto, la volontà di Dio!
A Foggia, innanzi di partire, mi dissero che io dovevo applicare sempre per quella comunità. A me sembra, secondo i nostri regolamenti, che sia tutto il contrario di quello che pretendono là giù a Foggia. Del resto decidete voi, ed anche il superiore di qui è contento della vostra decisione, qualunque essa sia.
Ditemi, padre, con chi volete che io qui mi confessi?
Con stima grandissima vi bacio la mano, pregandovi a volere benedire sempre
il vostro povero figliuolo fra Pio
(Epist. I, 816)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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