EPISTOLARIO - pag. 182

Padre Pio a padre Benedetto
San Giovanno Rotondo, 23 luglio 1917
Mio carissimo padre,
Gesù continui a possedere completamente il vostro cuore fino alla trasformazione in lui nella gloria dei beati comprensori!
Ho letto e riletto attentamente nella vostra lettera quello che riguarda le vostre interne sofferenze, e sono compreso da un senso vivissimo di umiliazione nel dover venire a decidere cose che riguardano voi, mio padre, mia guida, mio superiore.
Avrei voluto esimermi da questo dolore, ma nol posso: avrei dovuto soffocare gli stimoli della coscenza, che mi avrebbe rimproverato di aver fatto male.
Quindi invertiamopel momento un pò le parti e parlerò pure con tutta franchezza e sincerità. Chiamato a sentenziare su ciò che mi avete espresso nella lettera, dichiaro, senza torto alla verità, dinanzi a Dio ed alla mia coscienza, essere tutto effetto di tentazioni, ciò che mi avete espresso nella vostra lettera.
Sa Iddio, padre, con quale spirito io parlo in questo momento. In voi non ci sono cadute mortali provenienti da volontà deliberata. Neppure vi sono cadute veniali commesse con piena avvertenza. Vi sono, è vero, delle cadute, e queste non mai in cose gravi, che provengono dalla inferma natura e sono desse propriamente la caduta delle anime anche giuste.
Dio conosce benissimo la ragione, per cui permette queste cadute nei suoi eletti. Quand'anche in questo non vi si ricavasse che il solo profitto della mortificazione delle anime, sarebbe gran cosa.
Il timore di dare scandalo al prossimo e di essere per questo giustamente degradato è insussistente e ridicolo: la ragione si è perchè ogni punizione suppone sempre una colpa volontaria. Ma tutto questo manca, quindi... la punizione non avrà giammai luogo.
Orsù dunque, padre, tranquillizatevi e persuadetevi che questa volta voi state dalla parte del torto. Non vi è lecito affatto pensare, che ciò che vi ho dichiarato innanzi a Dio, l'abbia fatto pel fine soltanto di consolarvi, perchè avrei in questo caso fatto torto alla verità ed avrei cullata fin da questo momento l'anima vostra in un sonno fatale pel suo eterno destino.
La carità, in tal senso, mi servo delle vostre stesse parole, sarebbe odio funesto e la pietà una crudeltà spiedata. Acquietatevi dunque a queste assicurazioni, che vi fa dinanzi a Dio l'ultima delle sue creature e troverete la pace della vostra coscienza. Ne assumo io la totale responsabilità davanti a Dio.
Io cheggo continuamente nelle mie preghiere, e specie nella santa messa, molte grazie per la vostra anima, che io amo al pari della mia. In modo speciale gli chieggo il divino amore: esso è il tutto per noi; è il miele nel quale e col quale tutte le nostre infermità, tutte le nostre affezioni ed azioni debbono essere addolcite.
Padre mio, quant'è felice il regno interno, quando vi regna questo sant'amore! Quando sono beate le potenze dell'anima nostra, allorchè ubbidiscono ad un re sì saggio! No, mio carissimo padre, sotto la sua ubbidienza e nel suo stato, egli non permette che vi abitano i gravi peccati, nè affetto alcuno ai più leggeri.
E' vero che egli li lascia approdare alle frontiere, affin di esercitare le virtù eterne alla guerra per renderle valorose; è altresì (vero) che egli permette che gli spioni, che sono i peccati veniali e le imperfezioni corrano qua e là nel suo regno; ma ciò egli nol permette, che per far conoscere che senza di lui saremmo in preda ai nostri nemici.
Umiliamoci molto, mio buon padre, e confessiamo pure che se Dio non fosse la nostra corazza ed il nostro scudo, saremmo subito trafitti da ogni specie di peccato. Ed è per questo che noi dobbiamo mai sempre tenerci in Dio colla perseveranza nei nostri esercizi ed imparare a servire a Dio a nostre proprie spese.
Riguardo all'esercizio interno, di cui mi scrivete, vi prego di essere costanti in esso. Credetemi, padre, altro non è codesto stato, che una vera insensibilità, la quale vi priva del godimento non solo della consolazione ed ispirazione, ma ancora della fede, speranza e carità. E sebbene voi ne siate investito, pure non ne esperimento veruna consolazione; e siete come un fanciullo, il quale ha un tutore che lo priva dell'amministrazione dei suoi (beni), di modo che, sebbene egli ne sia il vero padrone, nulla amministra, e gli sembra non possedere altro che la propria vita, come dice san Paolo: Essendo egli padrone del tutto, non è egli in ciò dissimile dal servo; poichè Dio non vuole che voi sentiate sensibilmente il sentimento dell'amore di Dio e del prossimo, nè che voi ne godiate se non quanto basta per servirsene nelle occasioni.
Quindi stimatevi pur felici di essere tenuto sì strettamente dal nostro celeste tutore. Voi non dovete fare che perseverare nei vostri esercizi spirituali ed abbandonarvi nelle braccia di questo sì pietoso tutore.
Arrivederci, padre, nel tempo da voi assegnato.
Vi bacio la mano e vi prego di benedirmi sempre.
Fra Pio, cappuccino
(Epist. I, 914)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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