EPISTOLARIO - pag. 3

"Me ne stavo confessando i nostri ragazzi la sera del 5, quando tutto di un tratto fui riempito di un estremo terrore alla vista di un Personaggio Celeste che si presenta dinanzi all'occhio dell'intelligenza. Teneva in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro con una punta ben affilata e che sembrava da essa punta che uscisse fuoco. Vedere tutto questo ed osservare detto Personaggio, scagliare con tutta violenza il suddetto arnese nell'anima, fu tutta una cosa sola!... A stento emisi un lamento, mi sentivo morire!... Dissi al ragazzo che si fosse ritirato perchè mi sentivo male e non sentivo più la forza di continuare. Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno 7. Cosa io soffrii in questo periodo sì luttuoso, io non so dirlo! Persino le viscere vedevo che venivano strappate e stiracchiate dietro di quell'arnese, ed il tutto era messo a ferro e fuoco. Da quel giorno in qua io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell'anima una ferita che è sempre aperta, che mi fa spasimare assiduamente". (Epist. I, 1065).

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"Cosa dirvi a riguardo di ciò che mi domandate, del come sia avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio! che confusione e che umiliazione io provo nel dover manifestare ciò che Tu hai operato in questa meschina creatura! Era la mattina del 20 dello scorso mese in coro, dopo la celebrazione della Santa Messa allorchè venni sorpreso dal riposo simile ad un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni nonchè le stesse facoltà dell'anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto ed una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi dinanzi un misterioso Personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le Mani, i Piedi e il Costato che grondavano sangue. Immaginate lo strazio che esperimentai allora e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore getta assiduamente del sangue, specie dal giovedì a sera fino al sabato. Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e per la confusione susseguente che provo nell'intimo dell'anima! Temo di morire dissanguato se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore col ritirare da me questa operazione. Mi farà questa grazia Gesù che è tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni esterni? Innalzerò forte la mia voce a Lui e non desisterò dallo scongiurarlo affinchè per sua misericorsia ritiri da me, non lo strazio, non il dolore, perchè lo veggo impossibile ed io sento di volermi inebriare di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione e di una umiliazione indescrivibile ed insostenibile. Il personaggio di cui intendevo parlare non è altro che quello stesso di cui vi parlai nell'altra mia visto il 5 agosto. Egli segue la sua operazione senza posa, con superlativo strazio dell'anima. Io sento nell'interno un continuo rumoreggiare simile ad una cascata che getta sempre sangue. Mio Dio! è giusto il castigo e retto il tuo giudizio, ma usami alfine misericordia.Domine, ti dirò sempre col tuo Profeta. Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua corripias me!". (Epist. I, 1093 ss. )

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I, corrispondenza con i direttori spirituali, a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 1973, 2^ edizione

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