EPISTOLARIO - pag. 37

Fra Pio a padre Agostino
Pietrelcina, gennaio 1912
Babbo carissimo,
quando finirà la mia penitenza in questo luogo! Se voi foste libero di intraprendere viaggio, non esiterei di scrivervi su questo foglio una calda sollecitudine a lasciar tutto da parte per un momento e venire a consolarmi nel mio esilio. Ma sia fatto il volere di Dio, che vuole ancora prolungata la mia penitenza in questo luogo!
In questo giorno più che mai sto facendo una somma e prolungata indigestione di divina consolazione. Barbablù poi con molti dei suoi pari, ad eccezione del mercoledì, non cessa di battermi, sarei per dire a morte. Ma il Monsieur con gli altri nobili celesti personaggi colle loro frequenti visite mi rinfrancano tutto. Viva Gesù, ripetiamo sempre.
Dal giovedì sera fino al sabato si soffre assai. Tutto lo spettacolo della passione si offre a me e figuratevi se vi può essere consolazione in mezzo a tutto questo. In questi giorni più che mai il nostro comune nemico mette su tutti i suoi sforzi per perdermi e distruggermi, come sempre mi va ripetendo.
Molte cose avrei a dirvi, ma il motivo che ciò m'impedisce voi lo sapete benissimo, e non arrossisco di ripetervelo di nuovo che è la benedetta vista che non mi vuole accompagnare. Molte volte sono costretto per leggere la messa a servirmi del lume. Nel resto poi, la Dieu merci, sto benino.
Mi duole non poco d'aver scritto varie volte al provinciale, non senza mio sacrifizio, mandadogli anche le spese di medicina senza ricevere risposta. In avvenire, perdonate babbo mio, se vi manco di rispetto su questo punto, non gli manderò le spese delle medicine. Il provinciale si serva pure di me come meglio gli pare e piace, ma lasci in pace però la mia famiglia che continuamente si dissangui per me senza dolersene affatto. Vi raccomando la massima secretezza su questo punto poichè è stato uno sfogo di un figlio con un buon padre.
Ora addio, mio caro buon padre, chi sa se mi sarà concessa la grazia di rivedervi nuovamente; non vi mando un bacio, poichè è troppo poco per le fatiche sostenute per me, ma sibbene vi mando tutto quello che ho nel cuore per voi ossia una tenerezza infinita. Vi venero, reverendo padre.
Fra Pio
Francesco, la mia famiglia, l'arciprete e gli amici tutti vi rimettono infiniti saluti ed ossequi.
(Epist. I, 255)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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