EPISTOLARIO - pag. 59

Padre Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 1 febbraio 1913
Babbo carissimo,
sarà mai vero che io stia nelle braccia di Gesù ed egli sia mio ed io tutto suo? Questa è pur troppo sovente la dimanda che spontaneamente mi viene sulla bocca.
Quei cosacci ultimamente, nel ricevere la vostra lettera, prima di aprirla mi dissero di strapparla ovvero l'avessi buttata nel fuoco. Se ciò facevo si sarebbero ritirati per sempre, e non mi avrebbero più molestato.
Io me ne stetti muto, senza dar loro risposta alcuna, pur disprezzandoli in cuor mio. Allora soggiunsero: "Noi questo lo vogliamo semplicemente come una condizione per la nostra ritirata. Tu nel far questo non lo fai come disprezzo a qualcuno". Risposi loro che nulla sarebbe valso a smuovermi dal mio proposito.
Mi si scagliarono addosso come tante tigri affamate, maledicendomi e minacciandomi che me lo avrebbero fatto pagare. Padre mio, hanno mantenuto la parola! Da quel giorno mi hanno quotidianamente percosso. Ma non mi atterrisco, non ho io in Gesù un padre? Non è vero che io sarò sempre figlio suo? Lo posso dire sicuramente che Gesù non si è mai dimenticato di me, anche quando ero da lui lontano. Egli col suo amore mi ha seguito da per tutto.
Il desiderio poi da voi espresso in mio riguardo non può effettuarsi, perchè occorrerebbero due miracoli. Per uno di questi Gesù dovrebbe con la sua grazia violentare non una, ma più libertà umane. Voi già mi comprendete. Vi prego quindi di non confondervi di pregare pel fine da voi espressomi nella lettera. Non estorciamo, caro padre, la reciproca promessa.
Gesù mi dice che nell'amore è lui che diletta me; nei dolori invece sono io che diletto lui. Ora desiderare la salute sarebbe andare in cerca di gioie per e non cercare di sollevare Gesù. Sì, io amo la croce, la croce sola; l'amo perchè la vedo sempre alle spalle di Gesù. Ormai Gesù vede benissimo che tutta la mia vita, tutto il mio cuore è votato tutto in lui ed alle sue pene.
eh!, padre mio, compatitemi se tengo questo linguaggio; Gesù solo può comprendere che pena sia per me, allorchè mi si prepara davanti la scena dolorosa del Calvario. E' parimenti incompresibile che sollievo si da a Gesù non solo nel compatirlo nei suoi dolori, ma quando trova un'anima che per amor suo gli chiede non consolazine, ma sibbene di essere fatto partecipe dei suoi medesimi dolori.
Gesù quando vuol darmi a conoscere che mi ama, mi dà a gustare della sua passione le piaghe, le spine, le angoscie... Quando vuol farmi godere, mi riempie il cuore di quello spirito che è tutto fuoco, mi parla delle sue delizie; ma quando vuole essere dilettato lui, mi parla dei suoi dolori, m'invita, con voce insieme di preghiera e di comando, ad apporre il mio corpo per alleggerirgli le pene.
Chi gli resisterà? Me ne avvedo che troppo l'ho fatto soffrire per le mie miserie, troppo l'ho fatto piangere per la mia ingraditudine, troppo l'offesi. Non voglio altri che Gesù solo, non desidero altro (che è lo stesso desiderio di Gesù) che le di lui pene. Lasciatemelo dire, che nessuno ci sente, sono disposto anche a restare privo per sempre delle dolcezze che Gesù mi fa sentire, sono pronto a soffrire che Gesù mi nasconda i suoi belli occhi, purchè non mi nasconda il suo amore, che ne morrei. Ma essere privati di soffrire non mi sento, mi manca la forza.
Forse io non mi sono ancora bene espresso riguardo al segreto di cotesto soffrire. Gesù, uomo di dolori, vorrebbe che tutti i cristiani l'imitassero. Ora Gesù questo calice l'offrì ancora a me; io l'accettai, ed ecco perchè non me ne risparmia. Il mio povero patire vale a nulla, ma pure Gesù se ne compiace, perchè in terra l'amò tanto. Quindi in certi giorni speciali, in cui egli maggiormente soffrì su questa terra, mi fa sentire ancora più forte il patire.
Ora non dovrebbe questo solamente bastare per umiliarmi e cercare di essere nascosto agli occhi degli uomini, perchè sono stato fatto degno di patire con Gesù e come Gesù?
Ah! padre mio, la mia ingratitudine verso la maestà di Dio la sento in me esser troppo grande.
Gesù circa quell'affare da voi tanto raccomandatomi continua ad essere chiuso. Ogni volta che torno su quell'argomento, mi sembra che se ne disgusti assai. Adoriamo in silenzio il bene meritato castigo! Voi in particolare non temete, statevene tranquillo.
Mi faceste sommo piacere col trascrivermi e col tradurmi quel sonetto.
Vi rimetto i saluti dell'arciprete, dei miei e di Francesco. Pregate per chi desidera il vostro bene.
(Epist. I, 334)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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