EPISTOLARIO - pag. 66

Parde Pio a padre Agostino
Pietrelcina, 6 maggio 1913
Babbo carissimo,
i vostri affettuosi auguri, in occasione del mio onomastico mi sono assai dolcemente scesi nel cuore; Gesù solo vi rimuneri di questo, versando nel vostro cuore quella consolazione che voi avete versato nel mio.
Sarà mai vero che alla fine del mese, a Dio piacendo, mi è serbata un'altra consolaziona, abbracciare cioè il padre mio? Oh! se sapeste quanta impazienza ha posto nell'anima mia questa idea.
Ecco finalmente ritornato il mese della bella Mammina.
Quante belle cose vorrei dirvi, se mi fosse concesso dalla mia povera condizione, perchè potreste capire qualche cosa del mio stato abituale! Mi sforzerò per quanto mi verrà concesso.
Questa cara Mammina seguita a prestarmi premurosamente le sue materne cure, specialmente in questo mese.
Le di lei cure verso di me toccano la ricercatezza. Soltanto allorchè le faccio cenno a quella grazia, che voi già sapete, il suo celeste volto si contrae tutto; si rattrista e con solennità mi rinnova il divieto.
Che cosa ho io fatto per aver meritato questa squisitezza? La mia condotta non è stata forse una smentita continua, non dico di suo figlio, ma anche al nome istesso di cristiano? Eppure questa tenerissima Madre nella sua grande misericordia, sapienza e bontà ha voluto punirmi in un modo assai eccelso col versare nel mio cuore tali e tante grazie, che quando mi trovo alla presenza sua ed a quella di Gesù sono costretto ad esclamare: "Dove sono, dove mi trovo? chi e che mi sta vicino?".
Mi sento tutto bruciare senza fuoco; mi sento stretto e legato al Figlio per mezzo di questa Madre, senza neanche vedere le catene che tanto stretto mi tengono; mille fiamme mi consumano; sento di morire continuamente e pur sempre vivo.
In certi istanti tale è il fuoco che qui dentro mi divora, che faccio tutti i miei sforzi per allontanarmi da loro, per andare in cerca di acqua ed acqua gelata per gittarmi dentro; ma ahimè! padre mio, mi accorgo subito di essere io assai infelice, perchè allora più che mai sento di non essere libero; Ala catena che gli occhi miei non vedono, le sento che mi tengono stretto a Gesù ed alla sua diletta madre; ed è in questi istanti che esco il più delle volte in escandescenza; sento che il sangue mi affluisce al cuore e da questo alla testa, sono tentato di gridare loro in viso e chiamare crudele il Figlio, tiranna la madre.
Ma, oh Dio! non sono padrone di me; mi accorgo che sono follie. Allorchè poi riesco a padroneggiarmi, riflettendo sulla mia vita, che non è affatto invidiabile, sento la forza di protestare che non la cambierei mai a qualunque prezzo con tante altre vite di questo mondo. Vorrei volare per invitare le creature tutte di amare Gesù, di amare Maria.
Eccovi descritto debolmente quello che mi accade quando sono con Gesù e Maria. Fuori di questi momenti cerco di fuggire tutti i piaceri; ed intanto un piacere grandissimo riempe tutto il mio cuore, da rendermi beato e contento, Soffro e vorrei sempre più soffrire; mi sento consumare e vorrei essere più consumato.
Desidero la morte solo pre unirmi con vincoli indissolubili al celeste Sposo. Desidero pure la vita, per sempre più patire, avendomi Gesù dato ad intendere che la prova sicura dell'amore è solo nei dolori. Parmi di cercare sempre qualcosa che non trovo, e neanche io so quale è questa cosa che continuamente cerco; amo, soffro poco, vorrei amare assai di più per l'ideale che cerco.
Ma, padre mio, se bene non so chi è questo bene, che di per se il mio cuore avidamente cerca, mi pare di sapere questo di preciso, essere questo bene inesauribile, non essere circoscritto da termini, e di più parmi di comprendere che il mio cuore non potrà mai contenerlo tutto, perchè nella mia ignoranza sento che questo è un bene assai grande, un bene immenso, un bene infinito.
Sarà mai questo, Gesù?
E se non è lui, chi mai sarà?...
Fra Pio (Epist. I, 356)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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