EPISTOLARIO - pag. 69

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 20 giugno 1913
Mio carissimo padre,
le manifestazioni che il Signore suole fare all'anima mia parmi che vadano distinte così: in manifestazioni ed apparizioni puramente soprannaturali, riguardanti esseri privi di forme umane.
Le prime rigurdano Iddio, le sue perfezioni, i suoi attributi. Di queste non riesco in nessun modo a trarle in iscritto non ostante che l'ho presente alla mente, come tengo attualmente presente questo foglietto, su di cui io scrivo.
Un esempio spero che chiarrà la cosa in modo assai debole. Portiamoci dinanzi ad uno specchio. Cosa vediamo? Non altro se non un'immagine umana. Il nostro intelletto, se pur non è infermo, non dubiterà, neanche per sogno, esser quella un'immagine che non sia la nostra.
Poniamo il caso che tutti gli uomini volessero provarci che noi c'inganniamo nel voler credere che l'immagine che vediamo nello specchio sia la nostra; riuscirebbero forse non dico a rimuoverci dal nostro convincimento, ma a farci forse nascere un dubbio anche lievissimo intorno a ciò? No, di certo.
Ebbene lo stesso avviene a me in queste manifestazioni e locuzioni divine. L'anima vede quei celesti secreti, quelle divine perfezioni, quegli attributi divini assai più di quello che noi vediamo la nostra immagine nello specchio. Gli sforzi che fo a me stesso nel voler dubitare intorno alla loro realtà, non riescono ad altro se non a sempre più rendere l'anima più forte nel suo convincimento. Non so se vi è mai capitato esser presente quando sopra di una gran fiamma di fuoco si versa un pò d'acqua. Questa poca acqua non solo non smorza quelle fiamme, che anzi vediamo che questa acqua serve a maggiormente alimentare quelle fiamme.
Così accade a me dopo tutti gli sforzi che mi fo a voler dubitare che queste cose non provengono da Dio.
Ma ritorniamo all'immagine che osservammo nello specchio. Noi non possiamo separare di certo quell'immagine dallo specchio e molto meno noi possiamo toccarla col tatto. Eppure l'immagine esiste fuori di noi sebbene non senza di noi.
Lo stesso accade a me. L'anima rimane sua, fondamentalmente convinta che quelle celesti manifestazioni non possono provenire se non da Dio, nonostante i continui sforzi che si fa nel volerci dubitare. Ma siccome ci riesce impossibile di separare quell'immagine dallo specchio e toccarla, parimenti anzi più difficile ancora mi riesce il ritrarre in iscritto questi celesti secreti, e questo per mancanza di termini. L'anima può senza ingannarsi affermare solo quello che esse non sono.
Mi spiego. Facciamo l'ipotesi che Iddio manifesti all'anima un suo attributo, per esempio la santità. L'anima comprende, per quanto è nella capacità che Dio le dà, questo attributo, e ciò che ha appreso una volta lo ha sempre scolpito dentro di sè, ma non riesce però ad esprimere ciò che ha appreso e ciò che pur essa vede.
Ma se gli altri parlano di questo attributo divino essa comprende benissimo ed in un subito se si sbagliano oppure parlano in un modo più o meno imperfetto.
Questo linguaggio vi sembrerà arabo, ma se il Signore ve ne ha fatto fare qualche esperienza in questa materia, conoscerete che dico il vero. Se questo linguaggio lo trovate oscuro, padre mio, io dichiaro apertamente che non saprei spiegarmi più chiaro, salvo che Gesù non volesse venire in mio soccorso. O padre, chi potrebbe di queste cose adombrare fedele immagine? Ne avrei gran desiderio, non per altro se non per sapere da voi che sia questo stato in cui più di continuo l'anima mia si sta ora. Pazienza. Sia benedetto quel Dio che solo sa operare grandi cose!
In quanto all'altra specie di manifetsazioni esse riguardano nostro Signore sotto figure umane; nell'ultima cena, grondante sangue nell'orto, legato alla colonna, glorioso e risplendente nella sua risurrezione ed in altri modi ancora.
Riguardano ancora la Regina degli Angioli ed altri personaggi celesti rivestiti di forme umane.
Di queste cose l'anima riesce in qualche modo ad esprimersi, ma preferirebbe di chiudersi in un perfetto mutismo, perchè le fa male che nell'esprimersi vede la grande distanza che passa tra la cosa vista, e che tiene presente, e ciò che lei vale ad esprimere. Le pare che sì nobili soggetti vengono tanto malamente trattati.
Tutte queste manifestazioni producono sempre effetti nell'anima. Essa ne esce sempre più compenetrata della sua indegnità, conosce a questa luce di essere la più miserabile delle creature che mai abbia visto la luce; si sente maggiormente distaccata da questo basso mondo; sente di essere in terra d'esilio assieme a molte altre anime, ma immensamente soffre nel vedere quante sono poche quelle che tra le compagne di sventura aspirano come lei la terra promessa. Si sente sempre più compenetrata della bontà di Dio e geme perchè vede essere poche quelle che l'amano senza interesse; soffre ancora nel vedersi sì povera, non per altro se non perchè nulla può offrire in segno di gratitudine ad un sì eccelso Benefattore.
Breve, per l'anima è un ineffabile martirio di spasmi tutt'insieme e di martirio.
Ecco in qual modo quell'anima fu avvolta dal demonio nelle sue reti. Essa vedendosi sì favorita da Dio ed appressata al suo divin cuore, ne incominciò ad ammirare tutto il bene che Iddio le portava, discerneva bene la differenza tra i beni del cielo e quelli della terra.
Fin qui procedeva bene. Ma il nemico, che è sempre vigilante, alla vista di tanta dilezione, le insinuò sì gran confidenza e sicurezza di non aver a decadere giammai dallo stato di tanto godimento. Le mise ancora nell'anima una sì chiara vista del premio celeste, che le sembrò impossibile di rinunciare ad una sì grande felicità per cose sì abbiette e turpi, quali sono i piaceri mondani. Di questa confidenza mal regolata si servì il nemico per farle perdere quella santa diffidenza di se stessa, la quale diffidenza non deve mai dipartirsi da un'anima, per quanto privilegiata essa sia da Dio.
Perduta intanto a poco a poco questa diffidenza di se stessa, malamente si gettò nei pericoli, persuasa che già più non aveva di che temere di sè. Questa fù dunque l'origine, questa è stata poi la causa della sua final rovina.
Cosa resta a noi da fare?! Preghiamo il Signore che voglia metterla sulla buona strada. Preghiamolo incessantemente perchè voglia riguardarla come gente stata già di sua casa e che mangiò del suo pane.
Dicendo poi nell'ultima mia di non fidarvi nel regolare massime le cose della provincia col giudizio di anime secolari, benchè pie, non volli significare altro che mettervi sull'avviso, giusto come mi ordinò il Signore. Io non esitai nel dirvi questo, dietro che il Signore mi aveva manifestato che un'anima pia vi aveva assicurato che le cose della provincia andavano bene.
Il Signore è sommamenete caritatevole, che, nonostante le offese che da noi riceve, non manifesta le cose nostre ad anime, che alla fine sono sempre anime secolari.
Pregate per chi tanto vi ama.
Fra Pio
(Epist. I, 373)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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