EPISTOLARIO - pag. 71

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 7 luglio 1913
Mio carisimo padre,
Benedictus Deus, qui fecit mirabilia solus.
Quanto spesso mi sono ricordato di voi e delle vostre croci in questi giorni! Dall'ultima vostra nel sapervi tanto perplesso nello spirito, non ho smesso mai di raccomandarvi con più insistenza al dolcissimo Gesù.
Quest'affare vostro mi ha tenuto in angustie fino a questa mattina, perchè Gesù benedetto non mi voleva dar retta. Ma sia pure sempre benedetta la sua infinita bontà poichè si è mosso a pietà di questo povero meschinello!
Stamane dopo la messa, mentre me ne stavo tutto rattristato pel cennato affare, in un subito sono stato preso da un violentissimo mal di capo che lì per lì mi è sembrato impossibie di poter seguitare il rendimento di grazia.
Questo stato aumentava in me il tormento; anche una grande aridità di spirito si è impadronita di me, e chi sa cosa sarebbe successo se non fosse avvenuto quel che sto per narrare. Mi è apparso nostro Signore, il quale così mi ha parlato: "Figliuol mio, non lasciare di scrivere quello che odi oggi dalla mia bocca, perchè tu non l'abbia a dimenticare. Io sono fedele, nessuna creatura si perderà senza saperlo. Molto è diverso la luce delle tenebre. L'anima a cui io soglio parlare l'attiro sempre a me; invece le arti del demonio tendono ad allontanarla da me. Io non ispiro mai all'anima timori che l'allontanano da me; il demonio non mette mai nell'anima paure che la muovono ad avvicinarsi a me.
I timori che l'anima sente in certi momenti della vita sull'eterna sua salute, se hanno me per autore si riconoscono dalla pace e serenità, che lasciano nell'anima... ".
Questa visione e locuzione di nostro Signore ha immersa l'anima mia in tale pace e contentezza, che tutte le dolcezze del mondo le paiono insipide al paragone di una stilla anche sola di questa beatitudine.
Ogni timore sul vostro spirito mi si è immediatamente dalla mente dileguato, ed anche provandomi ho sentito che simil dubbio non può far forza sull'anima. Resto molto confortato e lieto di si buona compagnia. E che potrebbe dire di quanto aiuto mi è l'avere di continuo Gesù dal lato. Questa compagnia mi fa guardare con maggior studio di far cosa che a Dio dispiace. Mi sembra che Gesù mi stia costantemente a guardare. Se mi avviene che qualvolta perdo la presenza di Dio, sento tosto che nostro Signore mi richiama al dovere. La voce con cui mi richiama non so esprimerla, so però che è assai penetrante e l'anima che la sente non può quasi rifiutarsi.
Non mi domandate, padre mio, come sia certo essere nostro Signore quelli che in tale visione mi si mostra, mentre non vedo nulla, ne con gli occhi del corpo, ne con quelli dello spirito, perchè non lo so, ne posso dir di più di ciò che ho detto. Solo so dire questo che quelli che mi sta dal lato destro è nostro Signore e non un altro; ed anche prima che egli me lo dicesse, mi si era fermamente impresso nella mente che egli era.
Molto bene ha prodotto in me questa grazia. L'anima è in preda continua ad una gran pace; mi sento fortemente consumare dal desiderio estremamente grande di piacere a Dio; mi fa guardare, da che il Signore mi ha favorito di questa grazia, con immenso disprezzo tutto ciò che non mi aiuta ad accostarmi a Dio. Sento una indicibile confusione nel non potermi far ragione onde mai mi venga un tanto bene.
L'anima mia è spinta dalla più viva riconoscenza di attestare el Signore che tale grazia gliela concede fuori d'ogni suo merito, e ben lungi dal tenersi per questo superiore ad altre anime, crede al contrario che di quante persone sono al mondo lei è dessa che serve meno al Signore, poichè, mediante questa grazia, il Signore ha dato tale chiarezza all'anima, che si riconosce d'essere più che ogni altra anima obbligata a servire ed amare il suo creatore.
Ogni minimo difetto che commetto, per l'anima è una spada di dolore che le trapassa il cuore. In certi momenti sono portato ad esclamare coll'apostolo, sebbene ahimè!, non con quella stessa perfezione: "Non sono io quello che più vivo" ma sento esservi qualcuno in me.
L'altro effetto di questa grazia è che la vita mi sta diventando un tremendo martirio, e solo provo conforto nel rassegnarmi a vivere per amor di Gesù, sebbene ahimè!, padre mio, anche in questo conforto la pena che in certi momenti io sento è insoppotabile, perchè vorrebbe l'anima che la vita tutta fosse seminata di croci e di persecuzioni.
Gli stessi atti naturali, come sarebbe il mangiare, il bere, il dormire sono per me di un peso assai grave. L'anima in questo stato geme, perchè le ore scorrono troppo lente per lei. Al termine di ogni giornata si sente come alleggerita di un grave peso e di molto sollevata; ma tosto si sente ricadere in una più profonda tristezza al pensiero che molte giornate di esilio le sono serbate; ed è proprio in questi momenti che l'anima è portata a gridare: "Oh vita quanto sei crudele per me; quanto sei lunga! Oh vita che per me non sei più vita, ma tormento! Oh morte non so chi può temerti, mentre per te ci si apre la vita!".
Innanzi che il Signore mi favorisse di questa grazia, i dolore dei miei peccati, la pena che sentivo nel vedere tanto offeso il Signore, la pienezza degli affetti che sentivo per Iddio nel cuore non erano tanti intensi da farmi uscire fuori di me stesso, e talora parendomi insopportabili questo dolore, mi costringeva a sfogarmi in grida acutissime, senza potermi frenare. Ma dopo questa grazia, il dolore si è fatto ancora più crudo da sembrarmi che il cuore mi si trafigga a banda a banda.
Adesso mi sembra di penetrare quale fu il martirio della nostra dilettissima Madre, il che non mi è stato possibile per lo innanzi. Oh se gli uomini penetrassero questo martiri! Chi riuscirebbe di compatire questa nostra si cara corredentrice? Chi le ricuserebbe il bel titolo di "regina dei martiri"?
Il pensiero della morte non mi atterrisce punto, eppure nel considerare che i più gran santi all'approssimarsi di questa tremarono, mi sento agghiacciare il sangue nelle vene, perchè penso che non sia questa il colmo del mio acciecamento, giustamente permesso da Dio in pena delle mie innumerevoli infedeltà.
Riconosco chiaramente di aver fatto nulla per la gloria di Dio, niente per la salute delle anime, che anzi troppo danno ho recato a molte colla mia vita scandolosa; riconosco finalmente di aver fatto nulla per me all'infuore d'essermi moltissime volte ucciso da me stesso. O padre mio, non credete già essere l'umultà che mi detta un tal linguaggio, oh!, no, è la verità, è l'evidenza.
Desidero poi che la presente sia mostrata anche al padre lettore, che in questo mese si troverà costà. Esaminate, ve ne prego, il presente scritto, e trovandovi in ciò inganno del demonio non mi risparmiate di disingannarmi. Questo pensiero mi fa tremare, io non vorrei esser vittima del demonio.
Vengo poi a chiedervi un favore: desidero che la presente sia distrutta insieme alle altre due precedenti, tenendo presente che solo con questa speranza mi è riuscito di aprirmi con più confidenza in questi scritti.
Del resto questo è solo un mio semplice desiderio, che sottopongo alla vostra bontà a volerlo secondare. Ma se tale mio desiderio non lo trovate giusto, siete pregato però che questi miei scritti non siano letti da nessuno.
Finisco col chiedervi la paterna benedizione; Gesù vi colmi di tutte quelle grazie che io gli chieggo per voi, e tenga sempre sopra di voi la sua mano piena di benedizione.
Il vostro povero
fra Pio, cappuccino
(Epist. I, 381)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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