EPISTOLARIO - pag. 78

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 1 novembre 1913
Mio carissimo padre,
Gesù vi assista sempre con la sua grazia e vi faccia santo.
Dalla relazione che sto per farvi intorno al mio spirito, vi scongiuro, per amor di Gesù, di esaminare attentamente la cosa e di non esser facile e tenero a voler giudicare bene di me, ma conoscendo di essere nell'inganno aiutarmi, colla grazia del celeste Padre, ad uscirne il più presto.
La maniera ordinaria della mia orazione è questa. Non appena mi pongo a pregare, subito sento che l'anima incomincia a raccogliersi in una pace e tranquillità da non potersi esprimere colle parole. I sensi restano sospesi, ad eccezione dell'udito, il quale alcune volte non viene sospeso, però ordinariamente questo senso non mi dà fastidio e debbo confessare che anche se a me intorno si facesse del grandissimo rumore, non per questo riesce a molestarmi menomamente.
Da qui capirete che poche sono le volte che riesco a discorrere coll'intelletto.
Spesse volte poi mi accade che in certi momenti nei quali il continuo pensiero di Dio, che è sempre a me presente, mi si allontana un po' dalla mente, mi sento allora in un tratto toccarmi da nostro Signore in un modo assai penetrante e sove nel centro dell'anima che, il più delle volte, son costretto a versar lagrime di dolore per la mia infedeltà e di tenerezza per aver un padre sì buono e sì attento a richiamarmi alla sua presenza.
Altre volte invece mi avviene di trovarmi in una grande aridità di spirito; sento il mio corpo in una grande oppressione per le tante infermità, sento di essere impossibilitato a potermi raccogliere a far orazione, per quanto buon desiderio ne avessi.
Questo stato di cose vanno sempre più intensificandosi che se non ne moio è un miracolo del Signore. Quando poi piace al celeste sposo delle anime por termine a questo martirio, mi manda in un subito una siffatta devozione di spirito da non potere in modo alcuo resistere. Mi trovo in un istante del tutto mutato, arricchito di grazie soprannaturali e talmente ripieno di fortezza da sfidare tutto il regno di satana.
Quello che so dire di questa orazione si è che l'anima sembrami che si perda tutta in Dio, e che essa profitti in tali momenti più di quello che potrebbe fare in molti anni di esercizi con tutti i suoi sforzi.
Molte altre volte mi sento compreso da un impeto assai veemente, mi sento tutto struggere per Iddio, sembrami proprio di morire. Tutto questo nasce non da qualche cosiderazione, ma da una fiamma interna, e da un amore tanto eccessivo che se Iddio non mi venisse in aiuto a breve andare ne sarei consumato.
Per l'addietro con i miei sforzi alcune volte riuscivo a calmare quest'impeti, adesso non posso difendermi affatto. Quello che valgo a dirne intorno a questo, senza tema di sbagliare, si è che in nulla io vi concorro. Sento in questi momenti che l'anima ha un ardentissimo desiderio di uiscire di vita e poichè vede di non essere appagata nei suoi desideri, ne soffre una pena acerbissima ed insieme assai deliziosa, che non vorrebbe mai vederla cessare.
Sembra all'anima che tutti gli altri trovino consolazione e sollievo negli stessi loro mali ed essa sola è nelle pene. Il martirio che le va a penetrare proprio nel suo centro è talmente superiore alla debola sua natura, che le riuscirebbe impossibile il soffrirlo se il pietoso Signore non ne venisse lui stesso a moderarne la violenza con alcuni rapimenti, mediante i quali la povera farfalletta si calma e si quieta, sia perchè il Signore le ha fatto pregustare alcunchè di quello ch'ella desidera, sia ancora per le alte cose, che alcune volte le scopre.
MI vengono pure dei grandi desideri di servire Iddio con perfezione. Allora non vi è per l'anima tormento che non il soffrirebbe con allegrezza. Anche questo mi accade senza alcuna mio considerazione, ed in un subito. Non comprende l'anima donde le viene il gran coraggio che sente.
Tali desideri consumano l'anima interiormente perchè comprende, per una chiarissima luce che Iddio le dà, di non poter rendere a Dio quel servigio che vorrebbe. Tutto poi va a finire nelle delizie di cui Iddio viene ad inondar l'anima.
Mi da il più delle volte gran pena il trattare con altri, eccetto quelle persone alle quali si parla di Dio e della preziosità dell'anima. Per questo appunto amo assai la solitudine.
Spesso spesso provo gran travaglio nel sovvenire alle necessità della vita: il mangiare, cioè, il bere, e mi ci assoggetto come un condannato solo perchè Iddio lo vuole.
Il tempo sembrami che fugge rapidamente e mai averne a sufficienza per pregare. Mi sento grandemente affezionato alle buone letture, ma leggo però assai poco, e perchè sono impossibilitato dalle infermità ed anche perchè aprendo il libro mi trovo, dopo un breve lettura, profondamente raccolto che da lettura diventa orazione.
Da che il Signore mi va facendo queste cose mi sento tutto mutato da non riconoscermi più da quello che ero per lo innanzi.
Conosco chiaramente che se in me vi è alcun bene mi è provenuto tutto da questi beni soprannaturali. Di qui riconosco essermi pervenuto quella saldissima determinazione di soffrir tutto con rassegnazione ed alacrità, senza mai stancarmi di soffrire, sebbene, ahimè!, con quante imperfezioni. Una risoluzione fermissima di non offendere Iddio, neanche venialmente, e soffrirei mille volte la morte del fuoco, prima di commettere avvertitamente peccato alcuno.
Mi sento assai migliorato nell'obbedienza al confessore ed a chi dirige l'anima mia, da stimarmi poco meno che dannato, se contravvenissi loro cosa alcuna.
Le conversazioni se si prolungano per passatempo, non potendo alle volte allontanarmene, debbo farmi violenza grandissima per rimanervi, dandomi questa una gran pena.
Tutte le cose soprannaturali non ne ebbi mai che non mi producessero un notevole profitto. Tali celesti favori hanno prodotto in me, oltre gli effetti propri di ciascun favore, questi tre effetti principali: una ammirabile conoscenza di Dio e della sua incomprensibile grandezza; una grande conoscenza di me stesso e un profondo sentimento di umiltà, nel riconoscermi tanto ardito da offendere un padre sì santo; ed un gran disprezzo per le cose tutte della terra ed un grande amore a Dio ed alla virtù.
Riconosco pure essermi provenuto da questi tesori celesti un grandissimo desiderio di trattare con persone che hanno fatto più profitto colle vie della perfezione. Le amo assai perchè a me sembra che grandemente mi aiutino nell'amare l'autore di tutte le meraviglie, Iddio. Mi sento pure grandemente spinto ad abbandonarmi tutto nella provvidenza e nessun pensiero mi danno più le cose sì prospere che avverse e tutto questo avvien senza nessuna ansietà e sollecitudine.
Per lo innanzi provavo confusione che altri sapessero quello che il Signore opera in me, ma da alcun tempo in qua non la sento più questa confusione, perchè vedo che non per questi favori io son migliore, vedendomi anzi peggiorare e che poco profitto io fo con tutte queste grazie. Tale è il concetto che ho di me, che non so se vi siano altri peggiori; ed allorquando veggo in altri certe cose che paiono essere peccati, non posso persuadermi che costoro abbiano offeso Dio, nonostante che io vegga assai lampante la cosa. Solo mi dà pensiero il male comune, che molte volte m'addolora altamente.
Questo è ciò che d'ordinario prova l'anima mia; ma alcune volte, raramente tuttavia, avviene che per diverso spazio di tempo e perfino a diversi giorni questi favori mi vengono tolti e si cancellano talmente dalla mia mente da non rammentarmi il più piccolo bene che sia stato in me. Mi sembra che il mio spirito sia tutto intorno circondato da tenebre e che nulla riesco a ricordarmi.
Tutti i mali corporali e spirituali si mettono d'accordo per tormentarmi. Mi sento turbato nello spirito; vorrei non dico pregare, che sarebbe troppo, ma formare un sol pensiero di Dio, ma tutto in questo stato mi riesce impossibile. Allora mi veggo che sono tutto pieno d'imperfezione; tutto il coraggio che per lo innanzi sentivo mi abbandona tutto. Mi veggo debolissimo a praticar la virtù, a resistere agli assalti dei nemici. Mi convinco allora più che mai che a niente son buono. Mi assale una profonda tristezza ed un pensiero atroce mi attraversa per la mente, quello cioè di poter essere un illuso senza conoscerlo.
Dio solo sa che tormento è questo per me! Forse che il Signore, mi penso, in pena delle mie infedeltà non potrà permettere che io, senza saperlo, ingannassi me stesso ed i direttori del mio spirito? E come fare a vincere questo dubbio, se per una luce che porto nell'anima conosco benisimo le tante mie cadute nelle quali vado involontariamente sempre cadendo, nonostante i tanti tesori del Signore che porto in me?!
Ciò che io intendo con ogni verità e chiarezza si è che il mio cuore ama anche allora grandemente, assai più di quello che l'intelletto conosce. Su questo nessun dubbio mi assale, e ne son tanto certo di amare che, dopo le verità di fede, di nessun'altra cosa son tanto certo quanto di questo.
Durante questo stato quello che so dire con certezza, si è di non offendere Iddio più del solito perchè, grazie al cielo, la fiducia in lui non la perdo mai. Alla prima visita che il Signore viene a farmi tutto passa; l'intelletto mi si riempie di luce; la fortezza e tutti i buoni desideri li sento tutti vivere e perfino le infermità corporali me le sento assai alleviare.
Questo io l'ho osservato accuratamente più di una volta.
Giudicatelo voi adesso, mio caro padre, se in ciò che ho fin qui esposto vi sia inganno del demonio ed apritemi il vostro interno al riguardo, sempre che Gesù lo voglia.
(Epist. I, 420)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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