EPISTOLARIO - pag. 79

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 13 novembre 1913
Mio carissimo padre,
"Anima mea turbata est valde". La mia anima è posta in uina grande desolazione. Chi dunque la consolerà? I suoi amici? No; a lei è toccata la stessa sorte che toccò a Giacobbe. Nessuno più la intende. Che amarezza è per lei, padre mio! Sono stato abbeverato di fiele. L'assicurarmi essere il Signore quello che in me opera e non volervi quasi persuadere essere lo stesso Signore quello che mi vuole ancora nell'esilio, tra le angustie del deserto, lontano dalla terra dei padri miei, è per la povera anima mia un atroce tormento, perche essa conosce essere uno quello che in lei opera. Quindi o in lei tutto è inganno, o tutto è verità.
Ed ecco appunto che essa per la vostra ultima lettera è strappata alla pace. Una penosa turbazione d'infiniti timori, d'infinite immaginazioni che uniti coll'appressione delle miserie, che mi struggono tutto, mi fanno piangere amaramente ed esclamare: sono per sempre perduto?
Di fronte a tali contraddizioni il timore che assale l'anima si è nel considerare essere il suo male irrimediabile.
Essa vede che il Signore permette, per giusta punizione della sua infedeltà, che forse anche voi, senza volerlo, v'iganniate.
Padre mio, aiutatemi, perchè il dolore tutto spirituale che sento è troppo intimo, è troppo sottile, è consumante: non posso cavarmi di testa il sospetto che mi tormenta di essere in me tutto illusione. Esso è insopportabile per l'intensità e per la durata che non cessa di sminuzzare la povera anima mia.
Adesso sì che posso far mie pienamente le parole di Giobbe piangere amaramente: "l'anima mia sta morendo in semedesima". Tutto a me d'intorno mi vedo circondato d'intense caligini. Il mio spirito duramente va esperimentando ciò che dice David che "tutto attorno pose oscurità e tenebre".
Deh! padre mio, voi che siete a parte delle mie pene, a voi mi rivolgo con Giobbe con la morte nel cuore e colle lagrime sugli occhi: "abbiate pietà di me, abbiate pietà di me, almeno voi miei amici, perchè la mano di Dio mi ha percosso".
Deh! sentite le angustie del mio spirito, che grida al signore con il profeta Giona: "tu mi gettasti nel profondo nel cuore del mare ed i gorghi mi travolsero; i gorghi dei flutti tuoi mi passarono sopra; dissi: eccomi schiacciato dal tuo sguardo: ma pure vedrò il tuo santo tempio; mi ingoiarono ed invasero le acque sino all'anima, l'abisso mi circondò, il pelago coprì il mio capo, discesi basso sino alle radici dei monti, i catenacci della terra mi si chiusero per sempre".
Ma adesso sono quasi stanco, sto per affogarmi, poichè le acque, a dir del real profeta, sono entrate fino all'anima mia. Oramai sono stanco dal gridare aiuto, aiuto; le mie fauci son diventate rauche, il cuore arido e secco, gli occhi che tengo fissi al cielo colla speranza nel mio Dio sono stanchi, nè valgono più a spargere una lagrima. Non posso più sostenermi, non posso più sorreggermi, la tempesta è per abbattermi, è per gettarmi nel fango; l'inferno, ahimè! sembrami aperto sotto i piedi, nonostante che l'anima cerca sempre Iddio.
Quello che volevo poi intendere con quelle parole: "allorchè veggo in altre certe cose che paiono essere peccati, non posso persuadermi che costoro abbiano offeso Dio", si è che ho tale stima degli altri, da che il Signore mi va arricchendo di tali tesori, che son portatato spontaneamente a giudicare sempre in bene le altrui operazioni, poichè credo che tutti amino più di me il Signore e che se qualche volta mi trattengo alquanto su tali azioni, che è per pochissimi istanti, non mi determino mai a formarne un giudizio certo, nonostante che veggo chiara la cosa.
Raccomandate al Signore questo povero vostro figliuolo
Fra Pio
(Epist. I, 427)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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