EPISTOLARIO - pag. 86

Padre Pio a padre Benedetto
Pietrelcina, 26 marzo 1914
Mio carissimo padre,
nostro Signore sia sempre nel vostro cuore e vi santifichi.
Son già trascorsi cinque mesi da che vi rimisi l'utima relazione riguardante il mio spirito.
Da quel tempo in qua il pietoso Signore mi ha potentemente aiutato con la sua grazia. Doni assai grandi il Signore Iddio ha fatto all'anima mia; parmi che con tali abbondanti aiuti al mio spirito sia andato migliorando in quello che sto per dire. A lui ne diano le creature tutte sempiterna lode e benedizione!
Appena mi metto a pregare tosto mi sento il cuore come invaso da una fiamma di un vivo amore; questa fiamma non ha nulla a che vedere con qualsiasi fiamma di questo basso mondo. E' una fiamma delicata e assai dolce che strugge e non da pena alcuna. Dessa è si dolce e si deliziosa che lo spirito ne prova tale compiacenza, e ne rimane sazio in tal guisa da non perderne il desiderio; ed oh Dio! cosa al sommo meravigliosa per me e che forse non arriverò mai a comprendere se non nelle celeste patria.
Questo desiderio lungi dal togliere la sazietà dell'anima la va sempre più raffinando. Il godimento che sente l'anima la nel suo centro piuttosto che rimanere diminuito dal desiderio, rimane sempre più perfezionato; lo stesso dicasi del desiderio di sempre goderne di questa vivissima fiamma, poichè tal desiderio non viene ad essere estinto dal godimento, ma rimane dallo stesso godimento moltissimo raffinato.
Di qui comprenderete che si vanno sempre più rarefacendo le volte in cui io possa discorrere coll'intelletto e giovarmi dell'ufficio dei sensi.
Non so se sono riuscito a farmi intendere, non saprei meglio spiegarmi. L'anima posta dal Signore in tale stato, arricchita di tante celesti cognizioni dovrebbe essere più loquace; eppure no, essa è divenuta quasi muta. Non saprei se questo sia un fenomeno che si avvera in me solo. Con termini assai generici, ed il più delle volte vuoti anche di senso, riesce l'anima ad esprimere qualche particella di ciò che in lei lo sposo dell'anima va operando.
Cre`?detelo pure, padre mio, che tutto questo per l'anima non è un lieve tormento. Qui accade all'anima quello che accadrebbe ad un povero pastorello se venisse introdotto in un gabinetto reale, dove un finimondo di oggetti preziosi vi son collocati e che lui non ah mai visto. Il pastorello, uscito che sarà dal gabinetto reale, avrà certamente di nanzi all'occhio della mente tutti quegli oggetti vari, preziosi e belli, ma non saprà certamente ne indicarne il numero, ne assegnar loro il vero proprio nome. Egli desidererebbe di parlar con altri di tutto ciò che ha visto; raccoglierebbe tutte le sue forze intellettuali e scentifiche per bene opporsi; ma vedendo poi che tutti i suoi sforzi non riuscirebbero a farsi intendere, preferisce meglio il tacere.
Questo è pure quello che suole accadere all'anima mia che per sola divina bontà è stata elevata a tal grado di orazione. Ahimè, padre mio, ben mi avvedo però che la parità non corre a rigore!
Tutte quelle cose straordinarie lungi dall'essere cessate, essa si vanno sempre più rendendo elevate. I rapimenti sento che hanno aumentato di forza e sogliono avvenire con tale imputo, che tutti gli sforzi per impedirli non valgono proprio a nulla. Il Signore ha posto l'anima in un maggior distacco dalle cose di questo basso mondo e sento che sempre più la va rafforzando nella santa libertà di spirito.
Nel fondo di quest'anima parmi che Iddio vi ha versato molte grazie rispetto alla compassione delle altrui miserie, singolarmente in rispetto dei poveri bisognosi. La grandissima compassione che sente l'anima alla vista di un povero le fa nascere nel suo proprio centro un veementissimo desiderio di soccorrerlo, e se guardassi alla mia volontà mi spingerebbe a spogliarmi perfino dei panni per vestirlo.
Se so poi che una persona è afflitta, sia nell'anima che nel corpo, che non farei presso del Signore per vederla libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei, pur di vederla andar salva, tutte le sue afflizioni, cedendo in suo favore i frutti di tali sofferenze,`? se il Signore me lo permettesse.
Veggo benissimo esser questo un favore singolarissimo di Dio, perchè per lo addietro, sebbene per divina misericordia no tralasciassi mai di aiutar i bisognosi, non avevo naturalmente se non poca o niente pietà delle loro miserie.
Grazie ai favori dei quali Iddio non cessa di ricolmarmi, mi trovo migliorato assai nella fiducia in Dio. Per l'addietro alle volte mi pareva d'aver bisogno degli aiuti altrui, adesso non più. Conosco per proprie esperienza che il vero rimedio per non cadere è l'appoggiarsi alla croce di Gesù, colla confidenza in lui solo, che per la nostra salvezza volle esservi appeso.
Ho pregato e prego sempre secondo tutti quei fini che voi desiderate; ma mi astengo di fare dimande a nostro Signore a fine di averne una risposta, avendomelo egli stesso vietato. Se per lo addietro il Signore permetteva, anzi voleva che gli domandassi in quella e quell'altra circostanza, qual forse il suo volere, da un pezzo però riprova questo vecchio modo di agire. "Questo modo ben si confà, ebbe a dirmi una volta nostro Signore, per qulli che sono come "parvoli nelle mie vie" ed io voglio che tu esci finalmente da questo stato di fanciullezza".
Pregate, vi prego, per chi intercede, sebbene con preghiere assai deboli, ma sempre e continuamente la vostra causa presso il Signore.
Il vostro figliuolo fra Pio
(Epist. I, 460)

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Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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