EPISTOLARIO - pag. 87

Padre Pio a Padre Agostino
Pietrelcina, 20 aprile 1914
Mio carissimo padre,
la pace del dolcissimo Gesù sia sempre nel vostro cuore.
Quanto piacere abbia provato il vostro figliuolo infedele nel rivedere i caratteri del suo padre non sa esprimerlo a parole; ne rende però infinite grazie al celeste Padre per questa sì insigne grazia.
Mi compiaccio sentirvi sempre in salute spirituale, più che in quella corporale. Ne sia sempre ringraziata la maestà divina d'essersi servita della vostra capacità nel ritrarre tante anime dalla smarrita via. A Dio ne sia la gloria e l'onore e su di voi si riversino i divini carismi.
Non vi nascondo però le strettezze che prova il mio cuore nel vedere tante anime che vanno apostatando da Gesù e quello che più mi fa agghiacciare il sangue intorno al cuore si è che molte di tali anime si allontanano da Dio, fonte di acqua viva, pel solo motivo che si trovano esse digiune della parola divina. Le messi sono molte, gli operai sono pochi. Chi dunque raccoglierà le messi nel campo della chiesa, che sono ormai tutte imminenti alla maturità? Andranno esse disperse sul suolo per la paucità degli operai? Saranno esse raccolte dagli emissari di satana, che putroppo sono moltissimi ed assai attivi? Ah! nol permetta mai il dolcissimo Iddio; si muova a pietà della umana indigenza, che sta divenendo estrema.
Preghiamo per la causa della santa Chiesa, nostra tenerissima madre; consacriamo e sacrifichiamoci tutti a Dio e totalmente a questo fine, ed intanto aspettiamo aspettando.
Che debbo dirvi della povera anima mia? Ahimè!, troppo infedele è stata col suo diletto. Viva Iddio però che non rimuove mai la sua misericordia da me. Vi sono certi momenti in cui sul cielo dell'anima mia si addensano nubi sì oscure e sì tenebrose, da non lasciare intravedere neanche debolmente raggio di luce. E' l'alta notte per la povera anima. Tutto l'inferno su di lei si riversa con i suoi ruggiti cavernosi, tutta la malavita passata e quel che più è spaventoso è che l'anima istessa con la sua fantasia e la sua immaginazione sembra votata a congiurare contro se stessa.
I belli giorni passati all'ombra del suo Signore spariscono del tutto dalla mente. Lo strazio che prova la povera anima è tale, che non saprei differenziarlo dalle pene atrocissime che soffrono i dannati nell'inferno. Tale strazio non dura a lungo e né potrebbe durare, poiché se essa vive in tale frattempo è per un insigne favore di Dio.
Noi miseri mortali finché vivremo non potremo mai penetrare questo segreto dell'onnipotenza di Dio. Quello che non si agita punto in tali sconvolgimenti è l'altra punta dello spirito accompagnata sempre da una estrema tranquillità, appena appena sentita nella parte inferiore, e se mal non mi appongo, è di essa appunto che si serve Iddio per reggere la vita.
Del resto, torno a ripetere, è un mistero di cui non mi è dato di penetrarlo. Fra le tante prove a cui mi ha assoggettato il celeste Padre, questa è la più acuta. Essa è una prova di fuoco, del tutto però differente del nostro fuoco materiale. Tra questi due fuochi intanto vi è una proprietà ad ambedue comune, quella cioè di distruggere e di consumare tutto ciò che si oppone al libero conseguimento del loro fine.
Difatti, uscita che è l'anima da questo fuoco consumatore, si vede sempre più sgravata delle vesti dell'uomo vecchio.
Finisco, essendomi vietato di proseguire.
Con la solita stima e rispetto vi bacio umilmente la mano, ripetendomi sempre il vostro povero figliuolo.
Fra Pio
(Epist. I, 465)

* * * * *

Tratto da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 2004, 4^ edizione

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