I MIRACOLI - pag.4

Un racconto stupefacente è quello di don Emanuele Gambino, parroco di Ribera, nella cui parrocchia viveva una bambina cieca dalla nascita, Gemma Di Giorgi. Visitata dai professori Cucco e Contino e dal dottor Bonifacio era stata giudicata inguaribile. La famiglia, profondamente religiosa, aveva consacrato la piccola a Santa Gemma Galgani, la stigmatizzata di Lucca, e sembrò che un barlume di luce entrasse nei suoi occhi spenti. Potè cominciare a vedere a brevissima distanza l'ombra sfocata delle persone che la circondavano. Nel giugno del 1947 la nonna decise di portare Gemma a San Giovanni Rotondo. "La vecchia e la bambina si accodano ai pellegrini che premono contro la porta della chiesa. Alle quattro la porta si apre e la gente si riversa. Poi va al confessionale dove Gemma e la nonna sono tra le donne che aspettano, inginocchiate sui banchi, il loro turno. Nel silenzio insolito di una marea di cuori che palpitano, che pregano "racconta don Emanuele" si ode una voce dolce, paterna: "Gemma, vieni qui". La piccola cieca, smarrita, invisibile nella folla, si scuote, trema, quasi singhiozza, ma la mano ferma della nonna la porta dinanzi al padre. Mille occhi si puntano su Gemma. "Devi fare la prima comunione, vero?" "Si, padre", balbetta la bambina. Padre Pio la confessa, sfiora con la mano la sua fronte, tocca i suoi occhi. Gemma non se ne accorge: al suo invito si reca all'altare e riceve dal padre la santa comunione. La nonna ansimando la guarda, spia ogni movimento, attende tremante ma fiduciosa. Padre Pio ha ancora una carezza dolce per la bambina: "La Madonna ti benedica Gemma, sii buona!". La bambina quasi svegliandosi da un lungo letargo sente un nuovo palpito di vita rifluire in se stessa; i suoi occhi non più spenti si muovono, si illuminano, Gemma finalmente vede.

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Maria Rosa Laigueglia, di Badalucco, provincia di Imperia, così racconta:"Ricordo vagamente quel che accadde. La storia, però, l'ho sentita ripetere tante volte dai miei genitori che posso raccontarla nei minimi particolari. Era il 1953 e io avevo quattro anni. Ero molto malata tanto che il medico di famiglia disse ai miei genitori che era bene portarmi d'urgenza nel vicino ospedale di Oneglia, aggiungendo però, che non sapeva che cosa si sarebbe potuto fare per salvarmi: già lui aveva tentato di tutto. Da quattro giorni stavo lottando contro la morte. Il medico prevedeva che avrei avuto ancora solo pochi giorni da vivere. Il mio male si era manifestato fin da quando avevo appena otto mesi: ero affetta da gravi disturbi al fegato e alla milza. Curata bene, all' inizio avevo avuto tuttavia uno sviluppo normale: ero vivace, socievole con gli altri bambini, affettuosa con i genitori. A tre anni e mezzo improvvisamente mi aggravai. Il mio ventre cominciò a gonfiarsi. Anche le labbra si gonfiarono in maniera incredibile, mentre una febbre altissima mi faceva delirare. La mamma e il papà, poveretti, erano distrutti dalla disperazione: piangevano, pregavano, di notte non riuscivano a dormire. Mi portarono all' ospedale di Oneglia: ormai non avevamo più speranze, del resto ai medici la mia morte sembrava vicinissima. La loro diagnisi fu grave: epatocolangiolite. Lentamente il mio corpo si andava deformando, stavo diventando orribile. Le infermiere, le suore dell' ospedale erano tutte profondamente turbate per la mia sorte. La mia mamma e la nonna non lasciavano un minuto il mio letto: pregavano accanto a me. Una suora dell'ospedale un giorno disse che avrebbe invocato nella sua preghiera l'aiuto di padre Pio. La mamma aveva già sentito parlare dei miracoli di padre Pio. "Oh, si, lui me la guarirà", disse. Poi si fece consegnare un'immaginetta del padre e me la mise sotto il cuscino. Una donna dell'ospedale spedì subito un espresso a Pietrelcina. Nalla lettera, dopo aver raccontato il mio penoso caso, invocava l'aiuto di padre Pio. Passarono due giorni, arrivò l'una di notte del ventotto febbraio. La mamma e la nonna sentirono improvvisamente nella stanza un profumo di rose e di viole. In quello stesso momento io smisi di lamentarmi. La mamma urlò: temeva che io fossi morta e si avvicinò a me, accorgendosi invece che il mio respiro era regolare. All' alba mi svegliai. "Ho tanta fame" dissi. I medici erano sbalorditi dal momento che si resero conto che ero inspiegabilmente guarita. I miei genitori non riuscivano a capacitarsi di quanto era successo. La mamma baciandomi gridava:" E' proprio vero: è guarita, non è un'allucinazione". Poi prese l'immaginetta che era sotto il mio cuscino, la baciò e me la diede da vedere. "Chi è, mamma, questo frate?" domandai. "Sai che stanotte ho sognato un frate che gli assomigliava molto?" "E' padre Pio", mi disse il papà. Fu allora che mi resi conto che era stato proprio padre Pio a guarirmi. Due ore dopo arrivò un telegramma da Pietrelcina in cui erano scritte queste parole: "Padre Pio assicura la sua preghiera costante". I medici mi tennero sotto osservazione ancora per sei giorni. Cercarono di trovare una spiegazione scientifica alla mia improvvisa guarigione, ma non ci riuscirono: era stato proprio un miracolo. Il cinque marzo, ero nel cortile di casa mia: correvo insieme a tanti altri bambini della mia età, avevo quasi dimenticata di essere stata così vicino a morire. Mi era stata restituita un'infanzia felice in cui ormai non speravo più".

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