I MIRACOLI - pag.5

Riportiamo qui le dichiarazioni rilasciate della signora Rina Caterinici sull'episodio della sua conversione e quella degli altri membri della famiglia. "Sono partita con una mia amica, cattolica da pochi anni, per San Giovanni Rotondo. Abitavamo a Capri dove, da diversi anni, avevamo sentito parlare di Padre Pio, delle conversioni e guarigioni da lui operate. Appartenedo alla chiesa ortodossa greca, credevo poco ai santi viventi e ai miracil. Ma a Capri ho conosciuto un'inglese convertito da padre Pio, due olandesi e diversi amici protestanti ugualmente convertiti e molto entusiasti di lui. La mia curiosità di conoscerlo divenne vivissima: volevo conoscere un vero 'santo', volevo vdere qualche cosa di 'straordinario'. Rumena di nascita, ero praticante della chiesa ortodossa, ma come titti gli ortodossi non credevo nel misticismo; perchè se la religione ortodossa conserva dei dogmi analoghi a quelli della religione cattolica, in pratica i sacerdoti stessi non sembrano convinti che nella santa comunione riceviamo Gesù vivo. Anche la confessione non è che una forma, che non libera l'anima dall'oppressione e dal male. Già quando avevo iniziato i miei studi universitari avevo capito che non avrei più potuto credere come prima perchè la chiesa ortodossa non appaga quelli che vogliono spiegazioni e che hanno bisogno di mantenere viva l'intelligenza. Non essendo mai riuscito a fare alcuna cosa senza convinzione, abbandonai le pratiche religiose. Prima di sposarmi ho dovuto però confessarmi e fare la comunione; ero a Roma e il sacerdote era una persona coltissima di alta società, ho creduto di trovare in lui quel che cercavo; ciè spiegazioni e chiarimenti, ma qui pure fui delusa: quella fu la mia ultima confessione. Per diciotto anni non andai in chiesa, neppure facevo il segno della croce, però in certi periodi pregavo. Mi interessavo invece alle diverse correnti spirituali. Leggevo molto e mi appassionai in particolar modo alla religione indiana. E' lungo tracciare le vicende della mia vita spirituale in questi diciotto anni. La guerra mi ripotò a Dio, ma ritenevo sempre che bastasse vivere bene, cercre la verità e pensare che Iddio è amore infinito: null'altro. Quando mi ricai da padre Pio non pensai a farmi cattolica, nè sentivo il bisogno di far parte della Chiesa. Avevo pregato la mia amica di domandare a padre Pio se potevo confessarmi, sicura che non me lo avrebbe rifiutato: invece la risposta fu negativa. Andai ad assistere alla sua messa, durante la quale una profonda commozione mi pervarse, con pianto continuo per la mia inconsolabile miseria, per i miei peccati e per l'essere fuori della casa di Dio. Mi opprimeva il dolore di non aver una vera patria sulla terra; eppure ne ho due di patrie qui, che amo una più dell'altra: l'Italia, mia patria spirituale, e la Romania che mi ha dato i natali. Un cattolico si sente sempre a casa sua, sia in estremo oriente, sia a New York o in qualunque cittadina del mondo dove esiste una chiesa cattolica: io questa casa non l'avevo, dovevo rimanere fuori della porta. Quando ho potuto avvicinarmi a padre Pio, ho avuto una seconda volta un pianto dirotto (eppure non piango tanto facilmente davanti ad altre persone). "Perchè piange così?" mi chiese. "Perche non sono cattolica", fu la mia risposta, non voluta e non pensata. "E che cosa ti impedisce di esserlo?". Poi in risposta ai miei dubbi aggiunse che la mia indecisione era inutile perchè il Signore mi voleva. Mi spiegò lui stesso in un piccolo catechismo le preghiere che avrei dovuto imparare: mi parlò in modo semplice, come si parla a una bambina. E quando gli chiesi che cosa dovevo fare per essere più preparata mi rispose: "Bisogna amare, amare, amare e niente più". Era il cinque ottobre. Non sentivo e non vedevo in lui ciò che tanti altri hanno visto; solamente, vicino a lui sentivo più vivo il desiderio di accostarmi alla santa comunione, sentivo che la vita senza Eucarestia non è più vita, e che i cattolici sono felici di poterla avere, mentre io ne ero priva. Ho capito allora che di tutte le chiese solo la cattolica è quella che aiuta veramente a seguire Gesù; che ci sostiene, ci incoraggia, ci aiuta nella vita di tutti i giorni. Non ho mai sentito in nessun posto del mondo, come a San Giovanni Rotondo, quanto siamo lontani da colui che ha dato tutto se stesso per salvarci. L' inverno l'ho trascorso preparandomi al grande passo tra i pericoli di lotte intense, di tentazioni e di prove: chiedendo sempre l'aiuto del Signore. Nella primavera del 1924, il 10 aprile, tornai a San Giovanni Rotondo con la mia vecchia zia che mi aveva allevata, alla quale ero tanto unita spiritualmente, e con la mia figliola. Il 12 ho fatto l'abiura nelle mani del padre guardiano, la confessione generale e il 13 mi sono finalmente accostata alla santa comunione, che dal quel giorno è diventata il mio più grande sostegno. Proprio in quel giorno il Signore mi ha concesso un'altra grandissima gioia, la conversione inaspettata e miracolosa di mia zia. Carattere leale, sincero e onesto era intransigente per sè e per gli altri. Ortodossa convinta, considerava il cambiare religione una mancanza di fedeltà, un disonore, una bassezza. Ha sofferto molto per la mia decisione senza dirmelo. Il primo giorno venne con me al convento, parlò con padre Pio, e rimase impressionata dalle sue parole. Siccome le avevano detto che padre Pio non spinge nessuno a farsi cattolico, alla domanda di lui: "Mi vuole seguire?" rispose di no, perchè sentiva che la sua religione era molto vicina alla cattolica e pensava di essere troppo vecchia ormai per cambiare religione, tanto più che facendo questo avrebbe arrecato troppo dolore ai suoi parenti. Allora padre Pio replicò: "Crede lei che davanti al Signore ci sarà la sua famiglia a rispondere per lei?". Il giorno dopo mia zia non tornò al convento; e nemmeno sarebbe andata la domenica successiva se non avesse avuto qualche giorno prima da padre Pio una immaginetta sulla quale era scritta una preghiera che l'aveva colpita. Dopo la messa, rimase pochissima gente in chiesa, e padre Pio restò nei banchi dietro la zia a pregare a lungo. Quando poi andò in sagrestia, noi lo seguimmo, e la zia gli disse: "Grazie per la sua bontà, e perdoni se le ho fatto dispiacere". "Non dispiacere" replicò padre Pio "mi ha dato un vero dolore". Ricordo che la zia si sentì sconvolta dalle sue parole. Per più di mezz'ora padre Pio le parlò ancora, facendo crollare a una a una tutte le pietre di quella fortezza che sembrava inespugnabile. "Fu una lotta durissima, ma finalmente la zia commossa gli disse: "prometto di entrare nella chiesa cattolica"; promessa mantenuta alcuni mesi dopo a Capri, e con un vivo sentimento di amore verso tutti. Della nostra famiglia rimaneva nella ortodossia mio marito. Ed era il più difficile a convertire, perchè avendo condotto sempre una vita moralissima, onesta e laboriosa, non vedeva la necessità di cambiare religione per servire meglio il Signore. Retto, sincero e intransigente, quanto la zia e più di essa, essendo stato ufficiale nell'esercito imperiale de Russia, considerava come un disonore, come una bassezza tradire la propria fede. Quando mi decisi io a quel passo, egli non si oppose, non mi sconsigliò; mi fece soltanto promettere di non cercare mai di condurlo a conversione. Cosa che feci, solo mettendolo nelle mani di Dio, senza mai parlargli della mia fede, se non richiesta; ma intanto pregavo continuamente e procuravo di modificare i miei difetti per dargli con l'esempio una prova che la mia religione era ora migliore. Le vitù essenziali che ho imparato a stimare e che nella chiesa ortodossa e nella vita di quelli che la praticano mancano del tutto, erano la carità e l'umiltà, di cui avevo riscoperto la bellezza in un periodo trascorso nell' Italia meridionale, virtù che mancano a me e a mio marito. Egli, essendo severissimo verso se stesso, lo era anche con gli altri, fino al punto da non saper perdonare nè le offese ricevute, nè le debolezze, le cadute, le miserie umane. Nel settembre 1926 per la terza volta tornai a San Giovanni Rotondo, e mio marito volle accompagnarmi. Appena veduto il padre sentì per lui una grande devozione, un senso di tenerezza e di gioia nello stargli vicino. Anche lui, come me, si sentiva in uno stato di isolamento, e durante la messa era profondamente commosso. Aveva l'impressione di essere un grande peccatore, che Iddio non voleva accettare tra i suoi figli; ma poi, quando si è messo a parlare con padre Pio sulla quastione religiosa è rimasto inamovibile. "E' più acile convertire un turco che un ortodosso" gli disse padre Pio. E lo credo! Per mio marito padre Pio era un uomo santo: pieno di bontà, di amore, che egli avrebbe voluto avere sempre vicino a sè, ma per questo affatto non si sentiva di fare un atto contrario alla sua coscienza e al suo onore. Nell' estate egli fu gravemente malato, tanto che credeva di dover morire, ma Santa Teresa del Bambin Gesù e padre Pio lo aiutarono molto. Sicchè nel settembre dell' anno 1927 tornò dinuovo nel convento del Gargano, questa volta anche con nostra figlia, rimanendo lassù per diversi giorni. Allora accettò di scoltare da padre Pio le ragioni della scissione della Chiesa orientale, e si mise a discutere con lui delle divergenze esistenti, ma un giorno si infuriò tanto, che volle lasciare il convento e tornare a Capri. Malgrado il mio dolore, non seppi oppormi alla sua decisione; ma egli non partì, solamente non tornò più al convento fino a che non gli portai la parola di padre Pio che gli diceva che, se pur non si potevano intendere sulla religione, potevano però rimanere amici. Allora tornò al convento, e quando partimmo da San Giovanni, la sua decisione era già presa: mancavano solo le carte per le formalità necessarie. Ma qui, al ritorno, la lotta spirituale fù più aspra che mai, con dubbi e con la incertezza che lo martoriavano. Le prove e i dispiaceri che nascevano, gli sembravano indizi del malcontento del Signore. Nei giorni festivi soffriva di più. Le lotte interne erano tremende, e in certi periodi, lui così buono abitualmente, così affettuoso, si allontanava da noi. Ma Gesù misericordioso non volle farlo soffrire ancora per lungo tempo, e in luglio tornammo ancora a San Giovanni Rotondo per il gran giorno! Il 6 fece l'abiura a Foggia nelle mani del vescovo, e la sera del 7 si confessò dal padre; il giorno 8 fece la sua Comunione, e il 10 la Cresima come suggello del passo fatto. Grazie al Signore, da quel momento egli è scrupoloso nei suoi doveri religiosi, e sopporta molto meglio le prove che gli vengono dal cielo. Anche verso gli altri è caritevole, e trova grande conforto a parlare della sua fede, che sa difendere parlando con gli ortodossi".

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