LE PAROLE - pag. 2

Stato fisico

"Le medicine che ho preso, come se l'avessi gettate in un pozzo. Dico sinceramente che soffro assai e se si procederà ancora in questo modo, non saprei nemmeno io come andrà a finire. Mi aiuti un pò, padre mio, se vuole, perchè non ne posso quasi più." (25-06-1911)

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" Avrei voluto farvi sentire la diagnosi uscitami dall'osservazione della prima clinica. Tutto il mio corpo è un corpo patologico. Catarro bronchiale diffuso, aspetto ischelitrito, nutrizione meschina e tutto il resto" (04-09-1917)

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"Da tre giorni mi trovo in questo ospedale della Trinità, mandatovi per essere curato. La mia malattia era giunta al punto del non plus ultra. La febbre che da sabato mi tormenta senza lasciarmi in pace un momento, mi costringe al silenzio"

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"Il vivere quaggiù, padre mio - scrive a padre Agostino (29-12-1912) - mi annoia. E' un tormento così amaro per me il vivere della vita dell'esilio, che quasi quasi non ne posso più. Il pensiero che in ogni istante posso perdere Gesù mi dà un affanno che non so spiegarlo; solo quell'anima che ama sinceramente Gesù potrà saperlo"

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"Desidero la morte solo per unirmi con vincoli indissolubili al celeste Sposo" (06-05-1913)

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"Ahimè, padre mio, per me non vi sarà più conforto fino a che il divin maestro non mi chiamerà a sè. Pregate per la mia presta dipartita, non ne posso proprio più. Mi sento di continuo affluire il sangue al cervello e temo fortemente una catastrofe, cioè, dar di volta al cervello. Mi liberi il Signore con un miracolo da una sì orribile sciagura per me. Io non posso più vivere in questo stato e solo un miracolo può mantenermi in vita, come purtroppo è un miracolo che io viva ancora" (24-01-1915)

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"Sentite, o padre, quale è in me la causa per cui sì poco mi sento rassegnato ai divini voleri e vi prego a non scandalizzarvi. La vita la trovo di un gran peso, perchè mi priva della vera vita. Conosco, dal perchè il Signore me la proluga, essere questa la sua volontà; eppure, non ostante gli sforzi che mi fo non riesco quasi mai a fare un atto di vera rassegnazione, avendo sempre innanzi all'occhio della mente, chiara la coscinza che solo per la morte si trova la vera vita. Di qui che il più delle volte, senza che punto me ne avveda, sono portato a fare atti d'impazienza ed uscire in frasi lamentevoli col dolcissimo Signore, fino a chiamarlo, non vi scandalizzate, ve ne prego, o padre, fino a chiamarlo, dico, crudele, tormentatore delle anime, che pur vogliono amarlo. Ma non basta. Quando sentomi, più che mai pesare la vita; quando sentomi lì infondo all'anima quella cosa, simile ad un'ardentissima fiamma che mi brucia e non mi consuma, allora si è propriamente che non riesco a formare un solo atto di rassegnazione alla divina volontà nel sopportare la vita (...). O Dio, sovrano del mio cuore, o centro unico di ogni mia felicità, quanto dovrò io aspettare ancora prima di godere svelatamente le vostre ineffabili bellezze? Voi mi trapassate l'anima con le saette del vostro amore; voi siete quel crudele che mi aprite in cuore profonde ferite, senza che punto si veggono; voi uccidete senza punto curarvi di risuscitarmi nella patria vostra! Qual conforto porgerete voi a quest'anima che non ne trova punto quaggiù, e che non può aver pace, lontana da voi? Siete pur crudele, o dolcissimo mio creatore e mio Dio, nel vedermi tanto languire per voi, senza che voi punto togliete in me la causa unica di tanto dolore: la vita che mi tiene lontano dalla vera vita... Oh vita troppo lunga! oh vita crudele! oh vita che non è più vita per me! Oh come mi sento solo, Dio mio e salvatore mio dolcissimo, in questo deserto del mondo! Non vedete voi, dunque che il male è senza rimedio? Potrò io bramare di non più struggermi tanto per voi?"

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Questi brani sono tratti da: PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario I, corrispondenza con i direttori spirituali, a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, San Giovanni Rotondo 1973, 2^ edizione

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